Dopo la trasmissione TV “ Animali come noi ”

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Un commento a caldo dopo aver visto la puntata del 15 marzo scorso, incentrata sulla suinicoltura

Da pochi minuti si è conclusa la trasmissione “Animali come noi” di Giulia Innocenzi, che la Rai in ottemperanza al suo ruolo di pubblica utilità ha ritenuto opportuno mandare in onda. D’altra parte se digitiamo su un qualsiasi motore di ricerca le parole “Rai” e “mission” in poche frazioni di secondo compariranno diversi risultati in cui al primo posto troveremo la definizione prevista dallo statuto del nostro servizio radiotelevisivo che al punto “b” recita così: “la Rai deve garantire un numero adeguato di ore di trasmissioni televisive e radiofoniche dedicate all’educazione, all’informazione, alla formazione, alla promozione culturale…”.

Sicuramente mi si potrà accusare di averla presa un po’ alla lontana, ma se ripenso a quanto andato in onda e lo confronto con l’appena citato punto “b” della mission aziendale, devo dire che in oltre un’ora di trasmissione, l’unico momento in cui si è fatta informazione sono stati gli ultimi 15 minuti in cui si è registrato l’intervento di Giovanna Parmigiani, presidente degli allevatori di suini di Confagricoltura.

Un intero settore alla berlina

Prima di iniziare nella disamina della trasmissione preme sottolineare con forza che, come si contesta all’Innocenzi l’errore di voler fare di tutte le erbe un fascio facendo passare il concetto che l’allevamento solo perché intensivo è sbagliato e l’allevatore che lo pratica è un criminale, altrettanto è sbagliato voler difendere a tutti costi una categoria solo perché se ne fa parte.

Quindi desidero ribadire sentendomi in questo modo rappresentante di tutte le persone del settore con cui ho avuto modo di parlare quando si è accennato a questo argomento che è giusto che chi sbaglia debba pagare e che chi non alleva rispettando gli animali debba essere messo all’indice. Però se da un lato è doveroso riprendere i comportamenti scorretti ed intervenire su chi sbaglia, è altrettanto vero che mettere alla berlina un intero settore che attraverso sua eccellenza il prosciutto è sinonimo del made in Italy, è quantomeno perverso.

Le immagini trasmesse

Ma andiamo per gradi: come da solito cliché la trasmissione si è aperta con l’irruzione notturna, e pertanto irregolare, in alcuni allevamenti di suini della Pianura Padana. Commentare le immagini trasmesse come sempre diventa difficile perché, come noto, si mandano in onda solo spezzoni di video senza la possibilità di capire il contesto generale.

Facciamo alcuni esempi: nel primo capannone si evidenzia una ventola per il ricambio dell’aria ferma, ma al tempo stesso non viene mostrato il locale per intero quindi non è dato di capire se vi fossero altre ventole in funzione, quale fosse la temperatura esterna ed interna, ecc.

In un altro momento si mostrano scrofe in gabbia lamentando come non abbiano a disposizione acqua e cibo a volontà. Peccato che la telecamera pur essendo abilmente manovrata per mettere in evidenza solo quanto desiderato dalla regia, nel suo avanzare alla ricerca di chissà quali irregolarità avesse fugacemente inquadrato i succhiotti, della cui esistenza si volevano tenere all’oscuro gli spettatori.

In un altro passaggio si afferma che le scrofe sono costrette a passare in gabbia l’intero periodo dell’allattamento di circa 4 settimane, oltre alla gestazione, senza far riferimento che la normativa del benessere animale ha limitato alle sole prime 4 settimane dopo la fecondazione il periodo in cui si possono mantenere le scrofe in gabbia, mentre per i successivi 3 mesi circa sia previsto che gli animali debbano essere liberi in box.

In un altro passaggio si definiscono le gabbie gestazione di un’azienda piccolissime e pertanto illegali, ma nessuno si prende la briga di fornire delle misure per verificare se tale affermazione sia veritiera o meno.

Il suinetto morto

In diverse occasioni si è cercato di giocare con la sensibilità del pubblico come quando si è voluto mostrare un suinetto che, riportando le parole testuali “lasciato qui morto chissà da quanto tempo ancora con la placenta, ancora con la coda…”.

Per gli addetti ai lavori sarebbe inutile dirlo ma vale la pena di ribadirlo: punto primo, i suinetti sia nati morti che morti in corso di lattazione sono raccolti giornalmente per cui quell’animale era stato probabilmente rimosso dalla gabbia nel tardo pomeriggio e sarebbe stato smaltito fisicamente l’indomani mattina; punto secondo, non si trattava di un suino morto in corso di lattazione, ma all’occhio esperto era chiaramente un suinetto nato morto in corso di parto, terzo quello che si vedeva non era la placenta, bensì il cordone ombelicale.

In altri casi sono stati mostrati suini con lesioni senza far presente che si erano concentrati in un unico box perché, come previsto dalla normativa sul benessere animale, in ogni capannone deve essere presente un box per l’infermeria.

Sulla base delle considerazioni fatte viene spontaneo chiedersi: come può quindi una trasmissione arrogarsi il diritto di fare informazione in modo professionale quando le falle nei messaggi inviati agli ascoltatori sono così numerose nonostante immagino un certosino lavoro di taglia e cuci volto a indirizzare l’opinione pubblica in un unico senso?

I non violenti: gli animalisti

Non si può sorvolare poi, sul ruolo esercitato dagli animalisti nella trasmissione. Inizialmente si presentano come non violenti, come quelli che se provocati devono offrire l’altra guancia, come quelli che se insultati non devono raccogliere le provocazioni, ecc., ecc. ecc. Poi, non trovano nulla di meglio da fare che aggredire due malcapitati trasportatori di suini.

Non penso infatti di esagerare quando uso il termine aggredire soprattutto quando nel secondo caso il trasportatore viene bloccato in mezzo alla strada e, con ogni mezzo si cerca di metterlo in condizione di reagire.

Si inizia con la vecchia gag che sa di sessantottina memoria di inscenare l’investimento di uno dei militanti da parte del camion che non ha fatto altro che fermarsi dopo aver capito che, purtroppo per lui, non aveva altra scelta. Poi sono scattate subito le minacce verbali citando le testuali parole: “ma lo sai che se chiamo tutti ti ammazziamo di botte”, “… come ti permetti, io faccio quello che voglio ...”, “ma non ti fai schifo (a fare il lavoro che fai)?”.

Poi come se non bastasse i militanti hanno preso ad assaltare il camion violando una proprietà privata alla ricerca di fantomatiche irregolarità: assenza di succhiotti, ventole non funzionanti senza sapere che in marcia l’autista non era tenuto né a fornire l’acqua né a far funzionare le ventole.

A mio avviso nella parte di programma in cui gli animalisti sono stati protagonisti si è toccato il fondo perché è emersa chiaramente la faziosità e la violenza di persone che si arrogano la patente di giusti quando basta poco per vedere come sotto una patina di buonismo si nasconda una violenza incredibile.

Infatti, anche l’allevatore, quando è sopraggiunto, è stato provocato dovendosi sentire in colpa perché si stavano trasportando suini, “pensa a metterci tanti bambini, non è la stessa cosa?”, e ancora incalzato dal leader dei militanti di fronte alla sua volontà di non commentare: “se lei è intelligente parla e dialoga, se è ignorante e aggressivo aggredisce”. Insomma si è fatto di tutto per cercare la rissa verbale o fisica per evidenziare come chi lavori nell’allevamento sia cafone e becero. Invece, con buona pace di tutti: coloro che sono usciti a testa alta da una situazione complicata e sicuramente non facile sono stati proprio l’allevatore e l’autista nonostante potessero avere le proprie motivazioni per reagire.

L’attacco a Martelli

Non conoscendo la vicenda relativa al macello Martelli mi voglio astenere dal commentare nonostante sia facile immaginare, per come è stata costruita laa trasmissione, che prendere due figuranti realmente impiegati o meno al macello e far dire loro determinate cose è tutt’altro che difficile.

In certi passaggi sembrava di essere al festival della banalità e mancava soltanto che uno dei due incappucciati si lamentasse che a fianco dell’aumento dei ritmi di lavoro, del numero di capi da abbattere a dispetto del numero di operai che era rimasto lo stesso, non ci fossero più le mezze stagioni e il cerchio si poteva tranquillamente ritenere chiuso. Cosa aggiungere infatti?

Lamentare che un operaio su cinque sia vittima di malattie professionali a causa del numero di capi abbattuti all’ora è tutto da dimostrare, soprattutto in considerazione del fatto che gli impianti più moderni del Nord Europa di suini ne abbattono tranquillamente 400-450 all’ora…

Considerazioni finali

Quali lezioni trarre dalla serata in tv? Sicuramente occorre innalzare la soglia di attenzione che il mondo allevatoriale dedica alle pressioni sempre maggiori che vengono dalla società e sono indirizzate nei confronti dell’allevamento intensivo.

È indubbio che, manovrato da certe lobbies, sta spirando un vento contrario all’allevamento industriale, al consumo di carne e le cui finalità sono molto più ampie, ma questa non sarebbe la sede giusta per farvi cenno. Partendo dal presupposto che spesso i programmi sono monodirezionali, occorre una crescita comune che porti gli allevatori a professionalizzarsi sempre più.

Coloro che non ottemperano alle normative rivolte al benessere ed al rispetto degli animali devono giustamente pagare, ma servono comunque azioni comuni volte a tutelare il lavoro dignitoso di migliaia di persone che con coscienza svolgono giornalmente un’attività tutt’altro che semplice.

In questo momento in cui i prezzi non costituiscono un problema, sarebbe il momento che gli allevatori si organizzassero in un fronte comune che tra le altre cose possa salvaguardare e promuovere la loro immagine agli occhi della società. Qualche timido segnale di aggregazione si vede all’orizzonte, perché non scegliere il cavallo migliore e correre tutti insieme?

 

L’INTERVENTO IN TV DI GIOVANNA PARMIGIANI, «UN ESEMPIO DI DIALOGO CHE NON PIACE A CHI CERCA LO SCONTRO TRA IDEOLOGIE»

Nella parte finale della puntata di “Animali come noi” del 15 marzo la giornalista Giulia Innocenzi ha programmato un contraddittorio con la nota allevatrice piacentina Giovanna Parmigiani, presidente della Federazione nazionale di prodotto carni suine di Confagricoltura e vicepresidente di Confagricoltura Piacenza, che ha messo le cose in chiaro.

Dissociandosi dalle immagini trasmesse riferite ad allevamenti con casi limite, Parmigiani ha precisato che sono eccezioni relativamente alle quali è giusto intervenire severamente. «In Italia – ha spiegato Parmigiani - vengono svolti 60mila controlli all’anno dai Nas e le autorità sanitarie hanno in forza 5.200 veterinari. Questi casi non sono la normalità, ci sono leggi stringenti che ci impongono metrature dei box, per esempio, e comunque i suini sono animali aggressivi anche in natura. Abbiamo adottato diverse soluzioni per migliorare il benessere animale. Dopotutto è nel nostro interesse: più l’animale sta bene, più rende».

Tra i temi affrontati anche il ruolo della genetica: «Le scrofe hanno sempre più capezzoli – ha evidenziato la Innocenzi -. Più suinetti significa più reddito. Quindi ci vogliono più capezzoli. Bisogna mettere un limite?». Giovanna Parmigiani ha risposto che la genetica e i laboratori non c’entrano nulla: «Semplicemente vengono scelti gli animali che hanno più capezzoli, così da permettere ai suinetti di aver miglior accesso al latte così da non dover combattere con i fratelli».

«E permette alla scrofa di essere più prolifica, giusto?» ha incalzato la giornalista. Capezzoli uguale prolificità è difficile da dimostrare… non c’è nessuna modifica genetica. Sul finale la conduttrice e l’allevatrice sono state concordi nel sostenere la necessità di un’etichetta trasparente sul tipo di allevamento. «Ma temo - ha concluso la rappresentante di Confagricoltura - che non tutti i consumatori sarebbero disposti a pagare la carne il 40% in più, come dovrebbero fare nel caso volessero comprare carne da allevamenti estensivi».

«Si è trattato di un intervento che ha portato in televisione la testimonianza di chi lavora con passione e competenza in questo settore – sottolinea Confagricoltura Piacenza nella nota stampa - non a caso Giovanna Parmigiani ha smontato le tesi avverse, nell’ambito di un confronto sui contenuti, come si conviene tra professionisti che sostengono posizioni distanti».

Ben diversamente è andata sui social dove in parallelo e con buona pace dell’orario (era ormai notte fonda) si è scatenata una battaglia tra religioni, proseguita anche nei giorni successivi che ha portato anche, da parte di alcuni facinorosi, a minacce personali all’allevatrice.

«Come spesso accade, chi non ha argomenti alza la voce – rimarca l’associazione degli imprenditori agricoli – Confagricoltura Piacenza esprime unanimemente sostegno e solidarietà a Giovanna Parmigiani, che nel frattempo ha provveduto a sporgere denuncia. Si resta allibiti di fronte all’aggressività di chi in difesa degli animali augura male alle persone contravvenendo in prima persona alla professata etica del rispetto e della dignità per tutti. Ad ogni buon conto, per gli insulti sui social, che nulla hanno a che vedere con il confronto e il civile dialogo, esiste il reato di diffamazione aggravata, come recenti sentenze hanno evidenziato».

E.G.

 

L’articolo è pubblicato sulla Rivista di Suinicoltura n. 4/2017

L’Edicola della Rivista di Suinicoltura

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