Il giovane allevatore Guglielmo Golinelli entra in Parlamento

A soli 30 anni, questo giovane allevatore di Mirandola (Mo), dirigente di Confagricoltura Modena e rappresentante italiano per l’associazione di imprenditori agricoli a Bruxelles, è stato eletto parlamentare. «Ora si lavora per la difesa delle produzioni italiane e per il rilancio del settore primario»

Ce l’ha fatta il giovane imprenditore agricolo di Mirandola (Modena). Guglielmo Golinelli, 30 anni, allevatore di suini, entra in Parlamento eletto nelle fila della Lega. «Ora si lavora per la difesa delle produzioni italiane e per il rilancio del settore primario», dice con controllata soddisfazione. Lui, che in campagna elettorale ha battuto palmo a palmo le praterie modenesi-ferraresi (il suo collegio), sfoggiando un manifesto che lo ritraeva, in tuta da lavoro, con un suinetto in braccio. Alcuni (ovvio), lo hanno criticato. Ma Golinelli è soprattutto questo; e a Montecitorio vuole partire da qui. Nei suoi primi trent’anni ha già collezionato due lauree, in Scienze e tecnologie delle produzioni animali e in Economia e gestione del sistema agroalimentare (con specializzazioni sul mercato della carne suina italiana); è dirigente di Confagricoltura Modena e, per l’associazione di imprenditori agricoli, da luglio 2016 siede a Bruxelles, come unico rappresentante italiano, al Tavolo “Osservatorio del mercato delle carni bovine e suine” della Commissione europea, in qualità di esperto nel Gruppo di lavoro carni suine; possiede un background professionale di tutto rispetto: è cresciuto nell’allevamento di famiglia (un migliaio di scrofe) poi si è irrobustito le ossa in aziende all’estero (Inghilterra e viaggi in Spagna e Danimarca). Adesso l’allevatore-parlamentare intende insistere sui temi principali, “Italia first e agricoltura first”, ma si occuperà anche “di ricostruzione dei centri storici nel cratere del sisma che ha colpito l’Emilia nel maggio 2012”.

Onorevole, quali sono le priorità del suo mandato?
«Agire sul mercato interno e quello estero attraverso l’adozione di politiche a tutela del “made in Italy” agroalimentare e a sostegno dell’internazionalizzazione delle imprese, per arrivare a un miglior posizionamento dei nostri prodotti sui mercati esteri e a una diversificazione dei paesi di destinazione».

Difesa del cibo italiano, cosa propone?
«Bisogna convincere il consumatore a scegliere i nostri prodotti, espressione di materie prime e lavorazioni tradizionali esclusivamente locali. Con battage pubblicitari e campagne di informazione. Poi ridurre l’importazione di commodities a prezzi stracciati, cercando di adeguare sempre più la produzione nazionale alla domanda interna».

E per il comparto delle carni suine?
«Il patrimonio suinicolo nazionale è crollato in sette anni da 9.100.000 a 7.600.000 capi. E sono raddoppiate le importazioni di suinetti dalla Ue. L’Italia è un paese che importa troppo, per un valore annuo pari a 7 miliardi di euro circa di prodotti agricoli».

Quindi bisogna produrre di più
«Dobbiamo aumentare le quantità nazionali di frumento, latte e carne. Al contempo, è necessario garantire un’etichetta chiara e trasparente così da assicurare al consumatore la tracciabilità del cibo oltre alla qualità e alla salubrità. L’obiettivo, a Bruxelles, è quello di fare squadra con gli altri sei-otto paesi che chiedono una normativa precisa sull’etichettatura».
Come incrementare la quota di export agroalimentare italiano?
«Differenziando i porti di arrivo delle nostre merci, partendo dalla rimozione delle sanzioni commerciali contro la Russia e guardando con attenzione ai mercati emergenti del Medio ed Estremo Oriente».

La Cina
«Non solo. Anche se nel paese del dragone si aprono buone prospettive ed è lì che puntiamo per aumentare le esportazioni, a esempio, di prosciutti e salumi a medio-lunga stagionatura».

I suinicoltori italiani hanno chiuso bene il 2016, con una ripresa dei listini. Il trend futuro?
«Nell’ultimo biennio è aumentata la domanda di carne suina dall’Unione europea, soprattutto grazie alla grande richiesta proveniente dalla Cina. Ciò ha comportato un aumento dei prezzi e ne hanno beneficiato gli allevatori di suini destinati al circuito delle dop, in sofferenza da 8-10 anni. Dobbiamo però scongiurare un’eventuale rivalutazione dell’euro».

E se i prezzi dovessero aumentare?
«Correre subito ai ripari, proponendo anche la programmazione della produzione e una maggior valorizzazione delle varie dop».

Sul rapporto difficile tra allevatori e macelli/industria di trasformazione, cosa pensa?
«Si intravedono dei miglioramenti. Perlomeno sono rimasti sul mercato alcuni macelli cooperativi rappresentati da gruppi di produttori, da Op In questo modo si evita lo strapotere dei gruppi privati».

Quale Politica agricola comune auspica dopo il 2020?
«Lavoreremo per arrivare a una Pac che sappia incentivare le filiere al fine di raggiungere un’equa distribuzione della redditività aziendale; che dia più potere alle rappresentanze, alle Op, e sostenga l’agricoltura nelle aree svantaggiate (dove lavorare costa di più), valorizzandone le produzioni, per contrastare il fenomeno del dissesto idrogeologico e l’abbandono delle coltivazioni in zone montane. Infine, ci attendiamo che la nuova Pac incrementi il budget rivolto ai giovani agricoltori, che attualmente è pari all’1%».
Dazi sì, dazi no. Alla Lega non dispiacciono…
«Alcune norme europee vanno modificate, per porre limiti alle importazioni selvagge di riso dalla Cambogia, di olio dalla Tunisia, ecc. E, per l’appunto, imponendo dazi se serve».

Le misure da incentivare nel Paese?
«Bisogna rafforzare le Organizzazioni interprofessionali italiane: siamo lontani dagli standard europei. E incentivare i produttori a iscriversi, magari prevedendo una premialità all’interno dei bandi. La presenza di Oi forti potrebbe garantire anche trasparenza sul processo di formazione dei prezzi nelle Cun».

Un progetto che vorrebbe realizzare?
«Promuovere lo sviluppo di vaccini contro malattie dei suini molto impattanti, come la Brachyspira (dissenteria emorragica), avvalendosi della collaborazione di Università e Asl. Si vincerebbe su due fronti: l’eradicazione di patologie importanti e la riduzione dell’impiego di antibiotici».

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