Giuseppe Ferrari: ascoltiamo le richieste del mercato

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Giuseppe Ferrari.
«Se i consumatori chiedono la dop, noi dobbiamo essere pronti a garantirgliela. Se chiedono un suino pesante o intermedio, dobbiamo essere in grado di produrlo». Così il presidente del consorzio

Dopo la costituzione ufficiale del 9 febbraio scorso, il Consorzio di Garanzia del Suino Italiano si prepara ad approvare il disciplinare entro aprile. Da allora l’ente sarà ufficialmente operativo.

Con due anni di preparativi alle spalle, il Consorzio, costituito ufficialmente con atto notarile il 9 febbraio scorso, si propone di riunire tutti i suinicoltori italiani e di dar voce alla categoria nei tavoli di filiera. Fino a oggi hanno aderito all’ente circa sessanta allevatori per un milione di suini.

«La grande novità di questo Consorzio – spiega l’ideatore e promotore dell’ente di tutela, Giuseppe Ferrari, che dalla costituzione dell’ente ne è stato nominato presidente pro-tempore fino a fine anno – è il fatto di aver avuto l’appoggio trasversale di tutte le organizzazioni sindacali. Il nostro obiettivo, comunque, resta sempre quello di ascoltare le richieste che ci vengono dal mercato».

Anche per questo motivo durante la stesura del disciplinare l’ente di tutela ha affrontato un confronto al proprio interno in cui l’oggetto di discussione era l’esclusività o meno della dop. Riferisce Ferrari: «In linea di massima, essendo ancora in fase di definizione, il disciplinare prevederà una linea per la dop, una per il suino pesante e una per il suino intermedio. Da parte di un’associazione agricola, che comunque appoggia il nostro progetto, avevamo avuto la richiesta di mantenere l’esclusiva di un suino pesante solo nelle dieci regioni accreditate per il circuito dop. Tuttavia questo non è possibile, proprio perché, ispirati dal concetto per cui vogliamo e dobbiamo ascoltare le richieste che ci vengono dal mercato, se questo chiede la dop, noi dobbiamo essere pronti a garantirgli la dop, mentre se vuole un altro tipo di suino sia esso pesante o intermedio, noi dobbiamo essere in grado di produrlo».

Ad appoggiare il Consorzio sono già anche un paio di macelli (Prosus e Opas), i mangimifici rappresentati da Assalzoo e la rappresentanza degli industriali nella figura di Assica. Non manca poi il sostegno di Assocom e Apa Mantova. Intanto, dopo la costituzione ufficiale, sono iniziate le riunioni zonali per la presentazione dell’ente e in favore dell’eventuale associazione da parte di altri allevatori.

I prossimi passi saranno quello di depositare il marchio del Consorzio (il cui incarico sarà affidato a un’agenzia) e di presentare un progetto di marketing di filiera a valenza nazionale per la promozione di questo marchio al ministero dell’Agricoltura.

Un suino diverso da quello estero

«Non c’è ragione – continua Ferrari – perché un allevatore non voglia iscriversi. È interesse di tutti - e sottolineo di tutti gli allevatori - tutelare e valorizzare al meglio il proprio prodotto, specialmente dalla concorrenza estera. Abbiamo la fortuna di avere un suino completamente diverso da quello estero, basti pensare a esempio alla differenza di età alla macellazione. In Italia produciamo un suino che deve avere come minimo 9 mesi, mentre all’estero i suini vengono macellati al massimo a 6 mesi di età. Solo questo aspetto ci permetterebbe di garantire un tempo di sospensione maggiore sull’utilizzo degli antibiotici, tema molto sentito dai consumatori. Inoltre la qualità della carne italiana è sicuramente migliore, perché dobbiamo seguire un’alimentazione e una genetica adeguata alle disposizioni dei disciplinari delle dop, mentre all’estero non ci sono limitazioni. Questi punti sono molto importanti se vogliamo differenziarci dalle produzioni estere. Anche per tale motivo uno degli aspetti che dovrà essere ben trasmesso e comunicato al consumatore saranno le differenze che distinguono le nostre produzioni da quelle provenienti da fuori confine».

Il rapporto con i Consorzi dop

Tra i prossimi passi che il Consorzio dovrà compiere, anche una presa di contatto con i Consorzi del prosciutto di Parma e del prosciutto di San Daniele. A proposito di questi Ferrari puntualizza: «Il Consorzio di garanzia del suino italiano non si pone in contrapposizione con i Consorzi del Parma, del San Daniele o delle dop. Tradotto in altri termini, ciò significa che i Consorzi andranno avanti a produrre la loro coscia e a certificarla, mentre noi certificheremo tutto il resto, sia i tagli interi che quelli trasformati».

 

GLI OBIETTIVI: ASSICURARE IL MADE IN ITALY,
RAPPRESENTARE I PRODUTTORI, CREARE UN MARCHIO

In occasione della presentazione alla stampa nella sede del Mamu di Mantova il 9 febbraio, il neopresidente Ferrari ha illustrato nel dettaglio gli obiettivi del Consorzio.

Anzitutto, ha puntualizzato Ferrari, «Intendiamo garantire il made in Italy al 100%, nella fattispecie le scrofaie e l’ingrasso dove si allevano suini nati e allevati in Italia. Ciò significa tutelare gli allevatori dall’importazione estera e da tutto ciò che si può definire “falso italiano”. Noi allevatori subiamo quotidianamente una concorrenza estera fortissima. Pensiamo anche solo ai numeri dell’import: si tratta di 60 milioni di cosce, mentre ne produciamo 22 milioni. I trasformatori, giustamente, fanno il proprio interesse – e lo fanno in modo legale -, importando e vendendo il prodotto estero sotto forma di made in Italy, perché la legge glielo permette. Con questo voglio dire che anche noi allevatori dobbiamo tutelare i nostri interessi. Come? Investendo un po’ di soldi e di tempo in questa operazione».

Il secondo obiettivo dell’ente di tutela, ha proseguito Ferrari, «È quello di rappresentare i produttori all’interno della filiera. Il Consorzio è aperto a tutti gli allevatori che posseggono il requisito di italianità al 100% e che producono carne di qualità. Chi produce suini che derivano dal prosciutto dop Parma e San Daniele e in generale tutte le dop sono già in possesso di tutti i requisiti per entrare a pieno diritto nel Consorzio».

Il terzo obiettivo è quello di creare un marchio quindi anche un disciplinare di produzione. «Certificando il proprio prodotto - ha affermato Ferrari – gli allevatori avranno un marchio da poter pubblicizzare a livello nazionale. Questo potrà essere spendibile sia in Italia sia all’estero. Sarà un marchio che andrà ad aggiungersi ai vari marchi privati. Sarà una garanzia che daremo noi allevatori al consumatore. Per informare quest’ultimo, intendiamo poi mettere in campo una campagna pubblicitaria con i soci con l’obiettivo di comunicare il prodotto a disposizione - com’è e come si distingue da quello estero -. Poiché al momento la legge non ci tutela (non c’è ancora l’obbligo di scrivere la provenienza dell’animale sull’etichetta), dobbiamo essere noi a pensarci. Questo è quello che ancora fino a oggi non è stato fatto e che nasce oggi. Ma è anche l’unico modo in cui gli allevatori possono diventare protagonisti del proprio lavoro, perché fino a oggi, in questo film, siamo stati solo delle comparse. Basti pensare che all’interno dei Consorzi a cui aderiamo, non figuriamo nemmeno come soci».

 

L’articolo è pubblicato sulla Rivista di Suinicoltura n. 4/2017

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