Mercato suinicolo 2015 offuscato da molte ombre

Le quotazioni del 2015 verso un meno 5-7% rispetto al 2014. A contrarsi anche i consumi nazionali, soprattutto delle Dop e Igp. Più positive le previsioni sulla domanda all’interno dell’Unione europea

La suinicoltura comunitaria evidenzia, ormai da anni, un autoapprovvigionamento che oscilla tra il 109 e il 111%. Le previsioni di produzione 2015, recentemente pubblicate dalla Dg Agricoltura dell’Ue, evidenziano un aumento delle macellazioni del 2,3%, guidate dagli aumenti produttivi della Spagna +7%, della Danimarca +3,9% e dell’Olanda +2,8%. L’Italia rappresenta il fanalino di coda con un -3,7%. Le esportazioni verso paesi extra-Ue sono previste in aumento del 7% dopo il calo subito nel 2014 (-12,8%). La suinicoltura europea nel 2015 ha registrato cali di prezzo su tutti i principali mercati.

Basterebbero queste informazioni per renderci consapevoli di una situazione difficile che, rispetto al 2015, non promette nulla di buono. Il 10% di eccedenza pesa come un macigno sull’andamento delle quotazioni di mercato. L’export verso i Paesi extra-Ue è fondamentale e il contraccolpo subito per il blocco delle esportazioni verso la Russia nel 2014 aveva creato grandi scompensi sul mercato, difficili da compensare. Fortunatamente è venuta in aiuto la debolezza dell’euro nei confronti del dollaro. I segnali di ripresa dei prezzi dei cereali rappresentano una ulteriore minaccia per la realtà suinicola che già fa fatica a tenere in equilibrio il conto economico. Le manifestazioni di protesta recentemente svoltesi in Francia sono il campanello d’allarme di una situazione tutt’altro che tranquilla.

Numero di capi in calo

La suinicoltura italiana, pur operando in un ambito deficitario e pur producendo un prodotto diverso da quello degli altri paesi (suino pesante italiano), non se la passa bene. Poco conta il fatto che la suinicoltura italiana produca poco più del 60% del fabbisogno interno. Le figure 1 e 2 concernenti l’evoluzione del patrimonio suinicolo italiano negli ultimi cinque anni evidenziano con chiarezza il regresso della suinicoltura italiana: -5,7% la diminuzione del patrimonio capi totale e, peggio, -14,25% il patrimonio scrofe. Ben sapendo che le scrofe sono le madri della suinicoltura c’è da prevedere per i prossimi anni un’ulteriore diminuzione della produzione tipica nazionale.

I consumi

Il consumo interno di carne suina (carne fresca e salumi a base di carne suina), nel corso dell’anno 2014, è sceso rispetto all’anno precedente, attestandosi a 1,824 milioni di t (-1,4%). Il consumo pro-capite si è attestato sui 30,3 kg. Il risultato ha rispecchiato la contrazione nei consumi sia di carne fresca e sia di salumi.

Il consumo di carne fresca nel corso del 2014 è sceso a 768mila t dalle 780mila del 2013 (-1,5%), pari a 12,7 kg pro-capite.

Il consumo di salumi ha mostrato ancora un trend cedente, con una lieve ripresa solo nell’ultima parte dell’anno. Nel complesso dell’anno la disponibilità totale per il consumo nazionale di salumi (compresa la bresaola) è stata di 1,069 milioni di t (-1,3%) contro 1,083 milioni dell’anno precedente.

Il consumo pro capite è sceso a 17,7 kg dai 18 dell’anno precedente.

Particolarmente penalizzati sono risultati nel 2014 gli acquisti di prosciutti crudi stagionati, scesi del -3,5% a 239.500 t. A contrarsi, come nel 2013, è stata soprattutto la domanda di prodotti Dop e Igp che maggiormente hanno subito la concorrenza di prodotti meno costosi.

Andamento dei prezzi

Nel 2015, le quotazioni dei suini da macello sono in forte calo rispetto al 2014 in tutta Europa. La tabella evidenzia l’andamento dei prezzi medi dei primi sette mesi del 2015 nei principali paesi produttori di suini a livello europeo. Si registra un -15,09% dei Paesi Bassi (maggior ribasso) e un -11,6% della Spagna (minor ribasso). L’Italia secondo i dati pubblicati dall’Organizzazione di mercato francese evidenzia un calo del 11,96%.

Per quanto riguarda il mercato nazionale, il confronto dei prezzi fissati dalla Commissione di Modena (la Cun non è più affidabile) nei primi otto mesi del 2015 evidenzia un calo del 10,58%, passando dal prezzo medio del 2014 di 1,503 euro/kg a 1,344 euro/kg del 2015. Volendo fare una proiezione a fine anno possiamo dire che la diminuzione del prezzo potrà oscillare tra un -5 e un -7 %. Un risultato che potrebbe mettere in seria difficoltà gli allevamenti italiani (Fig. 3).

Il livello qualitativo del suino pesante italiano destinato alla produzione dei prosciutti Dop è tutt’altro che ottimale. Nel 2014 le cosce destinate alla salagione per prosciutti Dop sono state circa il 73% del macellato. Il 27% delle cosce sono state scartate in partenza. Nel 2015 il risultato potrebbe peggiorare ulteriormente per via delle nuove equazioni applicate per la classificazione delle carcasse.

L’enigma Cun

Al momento si può dire che la Cun non è funzionante. Da mesi le quotazioni vengono espresse dalla sola parte agricola. Nei primi otto mesi del 2015, per sole cinque settimane la Commissione ha definito un prezzo concordato tra le due parti. Nelle altre trenta settimane il prezzo è stato definito dal Segretario, oppure dalla parte agricola, oppure non è stato rilevato. Una situazione ridicola. Con il rischio che la quotazione non sia più presa come riferimento contrattuale da parte del mercato. Sette anni di lavoro buttati a mare? Sembrerebbe di si.

Inoltre, si tenga conto che le Commissioni prezzi delle Cciaa sono a rischio chiusura, quindi c’è da ipotizzare uno scenario nel quale il settore rimanga sprovvisto di un prezzo di riferimento. E sappiamo bene che in quel contesto chi ne subirebbe le peggiori conseguenze sarebbero gli allevatori. Lascia perplessi l’immobilismo delle Organizzazioni agricole che fino ad adesso non hanno proposto alcuna mobilitazione degli allevatori.

I motivi della crisi

Perché la suinicoltura italiana è così in crisi? Molte e complesse sono le motivazioni, tra cui:

- la suinicoltura italiana è orfana di una chiara politica di settore e della mancata definizione di obiettivi e strategie da perseguire per reggere il confronto con le altre suinicolture molto più organizzate;

- il settore non ha saputo valorizzare adeguatamente sul mercato le carni fresche del suino pesante italiano. Il “fallimento” del progetto Gsp (Gran suino padano) e la chimera del Sqn (Sistema di qualità nazionale) sono le principali cause della mancata valorizzazione delle carni di detto suino. Insistere a porre sul mercato le carni fresche del suino pesante italiano in modo unbranded è incomprensibile;

- il settore non ha saputo sviluppare un progetto di interprofessione valido e corrispondente alle necessità del settore stesso.

Ci sono, per fortuna, anche delle note positive che vengono dai consumi e dall’export. La Dg agricoltura dell’Ue ha recentemente pubblicato il rapporto sulle previsioni a breve termine che evidenzia che i consumi nel 2015 sono previsti in crescita del 2,3%, dopo l’inversione di tendenza dello scorso anno che aveva evidenziato un incremento del 2,2%. L’export, dopo il contraccolpo Russia del 2014, ha reagito e nei primi sette mesi del 2015 registrando un incremento del 7%; sono note incoraggianti.

 

Visualizza l’articolo intero pubblicato sulla Rivista di Suinicoltura n. 10/2015

CONDIVIDI

LASCIA UN COMMENTO

Inserisci il tuo commento
Inserisci il tuo nome