
Alla fine di settembre il prezzo dei suini da macello danesi era il più basso tra i principali Paesi produttori: 1,041 euro/kg carcassa, contro 1,505 euro della Germania, 1,674 della Spagna, 1,848 dei Paesi Bassi e 1,969 della Francia (dati Marché du Porc Français, calcolati con un metodo comune all’Ifip, l’istituto tecnico francese della filiera suina). Al mercato si aggiunge la politica: il governo insediato a giugno 2026 ha messo in agenda una riduzione drastica della produzione suina, e gli allevatori hanno pochi mesi per negoziarne i termini.
Se ne è discusso a Kolding, in Danimarca, dal 4 al 6 ottobre, durante il meeting autunnale dell’Impa (Informal meeting porcine association), la rete che da trent’anni riunisce due volte l’anno organizzazioni di allevatori e operatori della macellazione di diversi Paesi europei. L’Italia ne fa parte dal 2025 con Assosuini (Associazione suinicoltori italiani), che rappresenta gli allevatori della filiera destinata alla salumeria Dop (Denominazione di origine protetta).
A rappresentare l’associazione erano presenti Marco Duregon, consigliere, e Paolo Magnabosco, socio, entrambi di Padova. L’incontro precedente, a marzo a Bruges, di cui si è parlato nel numero 6 di giugno 2026 di Rivista di Suinicoltura, si era concentrato su dazi cinesi, accordo tra Unione europea e Mercosur, Psa (Peste suina africana) in Catalogna e benessere animale. In Danimarca il confronto si è spostato sulla crisi del Paese ospitante, con una tavola rotonda tra l’associazione degli allevatori danesi e Danish Crown, la cooperativa che macella circa 9 milioni di suini danesi l’anno, e con l’aggiornamento sui mercati dei Paesi membri.
Un euro al chilo
Il divario con il resto d’Europa si è aperto nel corso del 2026. Secondo i grafici presentati dalla delegazione francese, fino all’inizio dell’estate il prezzo danese si manteneva intorno a 1,40 euro/kg carcassa. Tra giugno e luglio è sceso fino a circa 1,04 euro ed è rimasto fermo su quel valore fino alla fine di settembre, mentre i prezzi francese e olandese risalivano. Il risultato è una distanza di quasi 93 centesimi al chilo rispetto alla Francia e di 46 centesimi rispetto alla Germania.
Le cause indicate dai rappresentanti danesi sono due. La Danimarca produce più carne di quanta il mercato europeo riesca ad assorbire e, allo stesso tempo, sui mercati asiatici, in particolare Cina e Vietnam, i prezzi sono bassi. La crescita della produzione in Cina, nelle Filippine e in altri Paesi del Sud-est asiatico costringe infatti gli esportatori europei a ridurre i listini per restare competitivi.
Il prezzo riconosciuto all’allevatore si compone di una quota base e di un bonus variabile, stimato tra 5 e 8 centesimi, che dipende dalle rese dei suini, dall’andamento del mercato e dalla redditività della cooperativa, ed è distribuito a fine anno sotto forma di dividendi. Con questi livelli di prezzo gli allevatori danesi contano di tornare a coprire i costi di produzione non prima di marzo 2027.
Danish Crown cambia rotta
La tavola rotonda è partita dalla necessità, condivisa dalle due parti, di trovare una linea comune tra allevatori e cooperativa per affrontare la crisi. Il rappresentante di Danish Crown ha spiegato che il sistema va ripensato in profondità, continuando a lavorare tutti i suini prodotti in Danimarca ma intervenendo sulla fase finale del processo. Oggi una parte dei tagli freschi viene venduta come tale e un’altra prende la strada del congelamento: l’obiettivo è trasformarne una quota maggiore in prodotti lavorati destinati direttamente al consumatore.
La proposta ha acceso il confronto. Alcuni allevatori hanno osservato che il costo della riorganizzazione ricadrebbe interamente su di loro: per rimettere in equilibrio i conti della cooperativa, i suini continuerebbero a essere pagati poco. Dal tavolo è emerso anche un rischio che riguarda tutta l’Europa. Con una materia prima acquistata a prezzi molto inferiori a quelli degli altri Paesi, la carne danese potrebbe imporsi sul mercato comunitario con prezzi di vendita più bassi, in una situazione assimilabile al dumping, con effetti di squilibrio sull’intero mercato.
Danish Crown ha indicato nei macelli spagnoli i principali concorrenti europei, perché continuano a offrire carne sui mercati mondiali a prezzi inferiori ai propri. I rappresentanti della Spagna hanno replicato che i suini spagnoli sono pagati a un prezzo ragionevole, sensibilmente più alto di quello danese (1,674 euro/kg carcassa a fine settembre, secondo i dati francesi), e che con questi valori i macelli riescono comunque a guadagnare e a competere sui mercati.
Dalla campagna elettorale al tavolo negoziale
Alla pressione del mercato si somma quella politica. Le elezioni del 24 marzo 2026 hanno portato a giugno alla nascita di un governo di minoranza guidato da Mette Frederiksen. Secondo i rappresentanti danesi, la riduzione della produzione suina è stata uno dei temi forti della campagna elettorale, accompagnata da un’intensa copertura mediatica, con diversi documentari dedicati al settore, manifestazioni di piazza e una proposta di iniziativa popolare sulla produzione suina.
Il governo ha avviato un negoziato sul futuro della suinicoltura nazionale che coinvolge organizzazioni agricole, organizzazioni ambientaliste e sindacati dei lavoratori. Le parti hanno circa sei mesi, fino ad aprile 2027, per trovare un accordo: in caso contrario l’esecutivo procederà per via legislativa. Per gli allevatori è il tempo a disposizione per contrapporre argomenti tecnici ed economici a provvedimenti che considerano troppo drastici per la produzione primaria.
Tra i punti in discussione, il divieto del taglio della coda dal 2030 è quello su cui si è entrati più nel dettaglio. L’ipotesi è una tassa fissa a carico di tutte le aziende, con una restituzione per ogni suino consegnato con la coda integra; un meccanismo che, secondo quanto emerso a Kolding, rischia però di rivelarsi troppo costoso.
Difendersi da ciò che entra
Sul fronte sanitario la Danimarca sta applicando un piano di eradicazione della Prrs (Sindrome riproduttiva e respiratoria suina) basato sulla regionalizzazione per aree. Per eliminare la malattia negli allevamenti, la priorità è impedire che arrivi dall’esterno. Durante il meeting i partecipanti hanno visitato il centro di lavaggio e disinfezione di Padborg, al confine con la Germania. È uno dei due centri del sistema danese di controllo degli automezzi per il trasporto di animali, insieme a quello di Nakskov.

Il controllo comincia con un’ispezione visiva: gli operatori entrano nel camion, verificano ogni piano, spostano le paratie appoggiate al pavimento e controllano gli angoli, documentando con fotografie qualsiasi traccia di materiale organico, anche minima, come residui di segatura o di sporco. In questo caso il mezzo viene respinto e l’autista deve lavarlo di nuovo in Germania prima di ripresentarsi.
Dopo tre respingimenti al trasportatore viene emessa una fattura e, finché non paga, il mezzo resta bloccato nel sistema di certificazione dei lavaggi. Superata l’ispezione, il camion viene lavato esternamente e disinfettato insieme agli accessori presenti a bordo, come i pannelli per lo spostamento degli animali e gli stivali degli autisti. Riceve poi la segatura e il certificato di lavaggio e può proseguire verso gli allevamenti in cui effettuerà il carico. Tutti i mezzi vengono lavati e disinfettati anche dopo ogni scarico.
A ogni mezzo autorizzato a entrare viene assegnato un dispositivo Gps. In un unico server confluiscono tre banche dati: lavaggi, movimentazioni dei suini e tracciamento Gps. L’incrocio dei dati permette di individuare violazioni della quarantena, viaggi senza certificato di lavaggio e il mancato rispetto di durata del viaggio e tempi di sosta. Le immagini delle telecamere installate nei centri vengono inoltre esaminate a campione per verificare il rispetto dello standard danese per il trasporto (Danish Transport Standard). Nei casi più gravi la licenza del trasportatore può essere sospesa per un periodo determinato.
Al confine con la Germania la difesa riguarda anche la Psa. La recinzione contro i cinghiali, lunga circa 70 km, è stata posata al ritmo di circa 2 km al giorno, ma la sua efficacia dipende soprattutto dalla manutenzione: viene controllata ogni 15 giorni e i tratti danneggiati vengono sostituiti. Nei primi anni le fototrappole lungo la recinzione rilevavano circa 150 cinghiali, oggi gli avvistamenti sono rari. Sono stati lasciati piccoli varchi per altri animali selvatici e in alcune aree è stata realizzata una doppia recinzione. Per consentire agli agricoltori l’accesso ai campi sono stati installati circa 50 passaggi a raso con tubi d’acciaio sul terreno, che i cinghiali non riescono ad attraversare. Lungo la fascia di confine il contenimento si completa con la collaborazione delle associazioni dei cacciatori.
Chi investe ancora nel suino
Per la suinicoltura danese la primavera del 2027 sarà un passaggio decisivo. A marzo gli allevatori contano di tornare a coprire i costi di produzione; ad aprile si chiude il tempo concesso per negoziare con il governo il futuro del settore. Fino ad allora le aziende dovranno programmare senza sapere a quale prezzo venderanno i propri suini, né quanti potranno continuare ad allevarne, in un settore sotto pressione su più fronti: prezzi sotto i costi, una riorganizzazione industriale di cui non è chiaro chi sosterrà il peso, un negoziato politico dall’esito incerto.
In questo scenario la delegazione tedesca ha posto ai colleghi degli altri Paesi una domanda: come convincere di nuovo banche e investitori a sostenere la suinicoltura? Più che una soluzione, la risposta danese è stata una richiesta: un mercato europeo con regole uguali per tutti.









