L’accordo commerciale tra Unione europea e Mercosur – il blocco che riunisce Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay – è uno dei negoziati più lunghi e controversi della politica commerciale europea. Avviato nel 1999, rilanciato nel 2016 e concluso politicamente nel 2019, l’accordo non è ancora pienamente ratificato e resta al centro del dibattito tra industria, agricoltori e istituzioni.
Si tratta di un partenariato di libero scambio che coinvolge circa 780 milioni di consumatori e prevede la riduzione progressiva fino al 90% dei dazi tra le due aree. Secondo la Commissione europea, l’intesa permetterebbe agli esportatori Ue di risparmiare oltre 4 miliardi di euro l’anno in dazi, con un impatto macroeconomico stimato dello 0,05% del Pil europeo entro il 2040. Numeri apparentemente modesti su scala macroeconomica, ma con effetti potenzialmente rilevanti per alcune filiere agricole e zootecniche.
L’intesa apre nuovi mercati per l’industria europea – automotive, chimica, farmaceutica e agroalimentare trasformato – e concede ai Paesi Mercosur quote di esportazione su alcune produzioni agricole e zootecniche.
Proteste, opinioni e tensioni in Europa
Proprio negli ultimi mesi l’accordo è stato accompagnato da proteste in diversi Paesi europei. Il 18 dicembre 2025 circa 8.000 agricoltori, con oltre 1.000 trattori, si sono radunati a Bruxelles contro l’intesa Ue–Mercosur e contro le politiche agricole europee, chiedendo condizioni di concorrenza più eque. Manifestazioni analoghe si sono svolte in Francia, Belgio e in altri Stati membri, con mobilitazioni anche davanti al Parlamento europeo a Strasburgo.
A livello europeo, organizzazioni come Copa-Cogeca hanno espresso una forte opposizione all’accordo nella forma attuale, denunciando la mancanza di reciprocità negli standard produttivi e il rischio di concorrenza sleale su carne bovina, pollame, zucchero, riso e miele.
Posizioni analoghe sono arrivate da sindacati agricoli nazionali, tra cui Fnsea in Francia, Irish Farmers’ Association in Irlanda e organizzazioni italiane come Coldiretti, Confagricoltura e Cia – Agricoltori Italiani, che hanno chiesto garanzie su reciprocità degli standard, etichettatura di origine e tutela delle filiere più sensibili.
L’opposizione ha coinvolto anche diversi governi nazionali. Francia, Irlanda, Austria e Polonia hanno espresso riserve o dichiarato di non poter sostenere la ratifica dell’accordo nella forma attuale senza garanzie aggiuntive su ambiente, deforestazione e standard sanitari, mentre altri Paesi – tra cui Germania e Spagna – hanno mantenuto un atteggiamento più favorevole.
L’Italia, invece, ha sostenuto l’intesa chiedendo garanzie e clausole di salvaguardia per le filiere agricole più sensibili.
Parallelamente, l’accordo è sostenuto da associazioni dell’industria alimentare, come Assica e Federalimentare che vedono nell’intesa un’opportunità di export e di tutela delle indicazioni geografiche (Dop e Igp).
Accanto al mondo agricolo, anche numerose organizzazioni ambientaliste – tra cui Greenpeace, Friends of the Earth e altre Ong europee – hanno contestato l’accordo per i possibili effetti sulla deforestazione amazzonica, sull’aumento delle emissioni globali e sull’espansione di coltivazioni e allevamenti intensivi in Sud America. Il tema ambientale si affianca quindi a quello della competitività economica, ampliando ulteriormente il fronte delle critiche.
In questo contesto, l’accordo Ue–Mercosur rappresenta uno dei dossier commerciali più polarizzanti degli ultimi anni, con posizioni divergenti tra industria alimentare, agricoltori, governi nazionali e organizzazioni ambientaliste. Proprio perché il tema è così divisivo, diventa importante analizzare con dati e fonti quali possano essere le reali implicazioni dell’intesa per la filiera suinicola europea e italiana, distinguendo tra effetti diretti, indiretti e scenari politici.
Che cosa prevede l’accordo in sintesi

Come spiega Caterina Avanza, consigliera politica per Renew Europe, impegnata nelle Commissioni parlamentari “Agricoltura e sviluppo rurale” e “Commercio internazionale” del Parlamento europeo e segretaria generale dell’Intergruppo sulla zootecnia sostenibile, intervistata dalla Rivista di Suinicoltura, “l’accordo Ue–Mercosur non avrà effetti uniformi: alcune filiere europee potranno beneficiarne - in particolare l’agroalimentare trasformato - mentre altre, come zucchero, pollame e alcune produzioni zootecniche, rischiano di essere penalizzate dalla concorrenza internazionale.”
Entrando nel merito, Avanza sottolinea che l’intesa prevede il riconoscimento di 350 indicazioni geografiche europee e concessioni sul fronte agricolo sotto forma di contingenti tariffari. «Si tratta – spiega – di quote di importazione a dazio agevolato o nullo su alcune produzioni del Mercosur. Oltre queste quantità tornano i dazi normali».
Sul fronte agricolo e zootecnico, le principali quote riguardano:
- 99.000 tonnellate di carne bovina con dazio ridotto (7,5%), pari a circa l’1,5–1,6% della produzione UE;
- 180.000 tonnellate di pollame esenti da dazio, circa l’1,3–1,4% della produzione europea;
- 25.000 tonnellate di carne suina con dazio ridotto (circa 83 €/t), pari a circa lo 0,1% della produzione Ue;
- 190.000 tonnellate di zucchero, oltre a quote su etanolo e riso.
Questi contingenti non rappresentano un’apertura totale del mercato: solo le quantità previste beneficiano dei dazi agevolati, mentre oltre la quota tornano le tariffe ordinarie. Il meccanismo è stato negoziato proprio per limitare l’impatto sui settori più sensibili.
La Commissione europea ha stimato un impatto economico dell’accordo pari allo 0,05% del Pil dei 27 Stati membri a orizzonte 2040. «Per l’Italia sarà probabilmente più elevato della media europea in quanto il nostro paese eccelle in export in moltissime filiere avvantaggiate da questo accordo».
Nel caso della carne suina, la quota concessa è relativamente modesta rispetto alla dimensione del mercato europeo – oltre 20 milioni di tonnellate annue – e indica che il comparto è stato in larga parte preservato nei negoziati. L’Ue resta inoltre un esportatore netto di carne suina (oltre 4 milioni di tonnellate esportate nel 2024), e l’accordo potrebbe aprire opportunità soprattutto per i prodotti trasformati tipici italiani.
Tuttavia, come evidenzia Avanza, l’impatto reale dipenderà non solo dalle quote previste, ma anche da fattori indiretti:
- evoluzione dei costi di produzione,
- accordi commerciali cumulativi con altri Paesi
- e dinamiche del mercato globale delle carni.
Per questo l’analisi degli effetti sull’intera filiera suinicola richiede una valutazione più ampia rispetto ai soli volumi di importazione.
Filiera divisa: industria e agricoltura con priorità diverse
Il dibattito europeo riflette una frattura interna alla filiera agroalimentare. Da un lato il mondo agricolo teme la concorrenza di prodotti ottenuti con standard produttivi diversi; dall’altro l’industria della trasformazione vede opportunità di export e di tutela delle indicazioni geografiche.
In una recente intervista a Radio24 del 23 gennaio 2026, Lorenzo Beretta, presidente di Assica, ha spiegato: «Purtroppo, il settore suinicolo è colpito dal 2022 dalla peste suina e quindi tutto il mercato asiatico è stato chiuso negli ultimi tre anni con perdite importanti intorno ai 240-260 milioni di export all’anno. Avere l’opportunità di aprire questo nuovo mercato ulteriormente, quindi circa 260 milioni di consumatori, ai nostri prodotti è sicuramente fondamentale per il nostro settore”. Beretta ha inoltre osservato che l’accesso ai mercati Mercosur potrebbe favorire l’export dei salumi italiani – in particolare prodotti Dop e Igp – con possibili ricadute positive anche sulla domanda di materia prima suinicola. Un orientamento già espresso nella rubrica «Secondo gli industriali», a cura di Assica, pubblicata nel numero di febbraio della Rivista di Suinicoltura.
Nella stessa trasmissione, Massimiliano Giansanti, presidente di Confagricoltura, ha invece indicato come nodo centrale la reciprocità degli standard produttivi: «Oggi noi abbiamo dei livelli di benessere animali, ma soprattutto di gestione più complessiva delle nostre aziende agricole, che non è minimamente comparabile con gli standard del Sud America. Quello che noi stiamo chiedendo è solamente garantire alle nostre imprese equità in un commercio che deve essere alla pari e dall’altra parte per i consumatori europei di poter continuare a consumare prodotti che se dovessero arrivare dal Sud America dovrebbero avere gli stessi standard di sicurezza alimentare degli europei.»
Il confronto tra queste posizioni mostra come, all’interno della stessa filiera agroalimentare, gli effetti dell’accordo possano essere molto diversi:
- opportunità per la trasformazione e per i prodotti certificati Dop e Igp,
- ma timori per alcune produzioni agricole più sensibili.
Per questo l’analisi dell’impatto sul comparto suinicolo richiede di considerare l’intera catena del valore, dall’allevamento alla trasformazione.
Il tema della reciprocità degli standard
La questione sollevata da Giansanti rimanda al tema più discusso dell’accordo Ue–Mercosur: la reciprocità degli standard, ovvero la possibilità di garantire condizioni di concorrenza comparabili tra prodotti europei e sudamericani.
L’Ue impone regole stringenti su
- benessere animale,
- uso di fitofarmaci
- e tracciabilità,
mentre nei Paesi Mercosur tali vincoli sono diversi o meno restrittivi.
Nella sua analisi, Avanza distingue sia fattori naturali sia normativi:
Differenze nei costi di produzione legate a clima, terra e manodopera
Nei Paesi Mercosur condizioni climatiche favorevoli consentono cicli produttivi più lunghi all’aperto, minori costi di riscaldamento e infrastrutture, oltre a costi inferiori di terra e manodopera. Questo crea un vantaggio competitivo strutturale rispetto agli allevamenti europei, soprattutto in settori come bovino e pollame.
Regole diverse su pesticidi, OgmGM, ormoni e benessere animale
L’Ue vieta o limita molte sostanze fitosanitarie e pratiche zootecniche (ad esempio ormoni di crescita e Ogm, farine animali), mentre in diversi Paesi Mercosur tali strumenti sono consentiti o regolamentati in modo diverso. Il 30% dei pesticidi usati per produrre zucchero in Brasile sono vietati in Europa. Anche i sistemi di tracciabilità e le norme sul benessere animale non sono equivalenti. Questo incide direttamente sui costi di produzione e sulla percezione di equità del commercio.
Controlli limitati sulle importazioni
Oggi solo una quota ridotta delle importazioni agricole viene controllata – indicativamente intorno al 3%. Inoltre, i controlli riguardano soprattutto il prodotto finito: molte differenze nei metodi di produzione, come l’uso di pesticidi vietati o determinate pratiche di allevamento, non sempre sono rilevabili con analisi standard. Il vantaggio competitivo può quindi derivare proprio dalle regole produttive diverse.
«Lasciare entrare nel mercato unico europeo l’agricoltura che abbiamo scelto di vietare a casa nostra è percepito come intellettualmente disonesto dagli agricoltori e non hanno tutti i torti a essere contrari» fa notare la consigliera Avanza.
La consigliera richiama anche il tema della trasparenza verso il consumatore: «Oggi non abbiamo garanzie sulla qualità complessiva della merce che entra nel mercato unico. Bisogna battersi per ottenere l’etichettatura di origine anche nei piatti preparati e nella ristorazione veloce, per dare davvero al consumatore la possibilità di scegliere».
Suinicoltura: impatto diretto limitato
Il comparto suinicolo europeo è stato in larga parte preservato nei negoziati. L’Unione europea resta infatti un esportatore netto di carne suina – circa 4,2 milioni di tonnellate esportate nel 2024 – e, pur affrontando criticità come i dazi antidumping della Cina, rappresenta una filiera strutturalmente forte.
Anche sul lato Mercosur, le quantità in gioco sono contenute. Nonostante il Brasile sia il quarto produttore mondiale di carne suina e abbia raggiunto circa 1,5 milioni di tonnellate di export nel 2025, la quota di importazione concessa all’area Mercosur è limitata a 25.000 tonnellate, suddivise tra Brasile (15.000 t), Argentina (5.000 t), Uruguay (3.000 t) e Paraguay (2.000 t), in linea con la dimensione produttiva dei singoli Paesi.
Per la consigliera, questo conferma che l’impatto diretto sull’allevamento europeo dovrebbe essere contenuto, mentre le opportunità potrebbero riguardare soprattutto la trasformazione e l’export dei prodotti a base di carne suina.
Alcune stime indicano infatti possibili effetti positivi sul commercio italiano. Secondo il Centro studi di Unimpresa, tra il 2026 e il 2028 le esportazioni italiane verso Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay potrebbero crescere in media del 40%, passando da circa 7,4 miliardi a oltre 10,4 miliardi di euro, con un incremento complessivo vicino ai 3 miliardi. Tra i prodotti citati dallo studio figurano anche gli insaccati, segno che la filiera delle carni trasformate potrebbe beneficiare dell’accordo, con ricadute indirette sulla domanda di suini.
Italian sounding
«Come è avvenuto in Canada con il Ceta, il riconoscimento delle indicazioni geografiche ha permesso di attenuare o addirittura eliminare l’Italian sounding che fa concorrenza sleale al Made in Italy», osserva la Caterina.
Con questo termine si indicano i prodotti alimentari venduti all’estero con nomi, immagini o riferimenti all’Italia che evocano un’origine italiana senza esserlo realmente. Non si tratta sempre di contraffazione illegale, ma di imitazioni che sfruttano la reputazione del Made in Italy.
Nel settore delle carni trasformate gli esempi più noti sono denominazioni come “Parma ham”, “Mortadella Bologna style” o “Italian salami”, prodotte fuori dall’Italia senza rispettare disciplinari Dop o Igp. Questo fenomeno crea concorrenza sleale, riduce il valore delle produzioni certificate e confonde il consumatore.
Per filiere come quella suinicola italiana – basata su disciplinari di produzione, origine delle materie prime e controlli lungo tutta la filiera – la tutela del nome del prodotto è parte essenziale della competitività. Per l’industria della trasformazione, infatti, il riconoscimento delle indicazioni geografiche nei Paesi Mercosur rappresenta uno dei principali motivi di interesse verso l’accordo, perché rafforza la tutela dell’export dei prodotti certificati.
Tempistiche e stato attuale dell’accordo
L’accordo Ue–Mercosur è stato firmato politicamente ma non è ancora ratificato. Tra le istituzioni europee esisteva un gentlemen agreement – cioè un’intesa politica informale – secondo cui l’accordo non sarebbe entrato in vigore prima del voto del Parlamento europeo. Tuttavia, non si tratta di un vincolo giuridico.
Come spiega Caterina Avanza, il Consiglio Ue ha già autorizzato la Commissione a valutare un’applicazione provvisoria dell’accordo. Per l’eventuale applicazione provvisoria dell’accordo è sufficiente la ratifica da parte di almeno uno dei quattro Parlamenti dei Paesi Mercosur. Il voto del Parlamento europeo per chiedere un parere alla Corte di giustizia dell’Unione europea – atteso in circa 12-18 mesi – allontana il voto di ratifica definitiva dell’Ue, ma non elimina la possibilità giuridica di un’entrata in vigore provvisoria di alcune parti dell’accordo. In sintesi, l’accordo non è bloccato, ma si trova in una fase di incertezza politica e istituzionale.
Parlamento europeo: voto sulla richiesta di parere alla Corte di Giustizia sull’accordo Ue–Mercosur
| Tipo voto | Numero |
| Favorevoli | 669 |
| Contrari | 334 |
| Astenuti | 324 |
| Non votanti | 11 |
La maggioranza del Parlamento europeo ha votato per chiedere alla Corte di Giustizia dell’Unione europea un parere sulla base giuridica dell’accordo UE–Mercosur. Il voto non riguarda la ratifica dell’intesa, ma una verifica legale preliminare.
Fonte: parlamento europeo, risoluzione B10-0060/2026
Il nodo giuridico: la clausola di riequilibrio
Nell’intervista con la consigliera emerge, uno degli aspetti più discussi dell’accordo riguarda il meccanismo di riequilibrio previsto dall’articolo 20.4.
La norma stabilisce che, se una misura adottata dall’Ue o da uno dei Paesi Mercosur ha un impatto sul commercio tale da annullare un beneficio atteso dell’accordo – e questo effetto non era prevedibile – può essere convocato un panel di esperti. Se il panel conferma l’impatto, devono essere previste misure correttive, che possono includere modifiche ai dazi, alle quote di importazione o ad altre concessioni commerciali.
Avanza sottolinea che questo meccanismo potrebbe avere implicazioni politiche rilevanti. Ad esempio, se l’Ue decidesse di rafforzare le proprie norme su pesticidi o residui – come previsto nella “Visione per l’Agricoltura e l’Alimentazione” – i Paesi Mercosur potrebbero sostenere che tali misure riducono i benefici dell’accordo e chiedere compensazioni commerciali, ad esempio un aumento delle quote di carne bovina o la revisione delle concessioni su prodotti industriali europei.
Secondo i 145 deputati che hanno promosso il rinvio alla Corte di giustizia, la clausola potrebbe avere un effetto dissuasivo sulla legislazione europea: il costo politico di nuove norme ambientali o sanitarie aumenterebbe perché ogni intervento potrebbe richiedere compensazioni commerciali.
«Il rischio - aggiunge Avanza - è che invece di spingere verso standard globali più elevati, l’accordo eserciti pressione sulle norme europee».
Un ulteriore elemento riguarda i precedenti internazionali: meccanismi simili hanno già ispirato richieste analoghe in altri negoziati commerciali. La consigliera cita il caso della Malesia, che ha avanzato proposte simili nel confronto con l’Ue sulla normativa europea contro la deforestazione. Questo dimostra come la clausola possa diventare un modello replicabile in altri accordi.
La portata reale di questo meccanismo sarà uno dei punti centrali dell’esame della Corte di giustizia dell’Ue, il cui parere è atteso nei prossimi 12–18 mesi.
Una sfida commerciale che passa dalla tipicità
Per la filiera suinicola italiana quindi il rischio diretto appare limitato. L’accordo Ue–Mercosur rappresenta soprattutto una sfida di posizionamento sui mercati internazionali.
Secondo Avanza, i Paesi Mercosur presentano tradizioni culturali, religiose e alimentari in parte simili a quelle europee, e questo può facilitare la diffusione dei prodotti italiani di qualità.
Come sottolinea Caterina Avanza, «le opportunità per il settore stanno soprattutto nella valorizzazione dei prodotti trasformati e a indicazione geografica». La competitività italiana resta infatti legata alla tipicità e all’unicità di produzioni Dop e Igp come Prosciutto di Parma, Prosciutto di San Daniele o Mortadella Bologna etc.
L’articolo è disponibile per i nostri abbonati sulla Rivista di Suinicoltura n. 3/2026
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Quali filiere europee sono più esposte all’accordo
Secondo Caterina Avanza, alcune filiere risultano più esposte di altre.
Filiere considerate più a rischio
- Zucchero
Filiera già indebolita in Europa dopo la fine delle quote e la riduzione della produzione. Le importazioni aggiuntive potrebbero aumentare la pressione sui prezzi. - Pollame
La quota Mercosur si somma ad altri accordi commerciali (ad esempio con Ucraina o possibili negoziati con la Thailandia), creando un effetto cumulativo che preoccupa i produttori europei, in particolare nei Paesi più competitivi come la Polonia. - Riso ed etanolo
Anche in questi settori pesa l’effetto combinato di più accordi commerciali. Per questo motivo, in alcuni negoziati recenti – come quello con l’India – il riso è stato escluso dalle concessioni perché il mercato europeo non è in grado di assorbire ulteriori quote di riso senza mettere in ginocchio i produttori europei
Rischio più limitato
Carne bovina
per la consigliera, il rischio di perturbazione del mercato è relativamente contenuto, perché la quota concessa è limitata e una parte significativa riguarda carne congelata, con valore commerciale inferiore.
La logica dell’accordo: “auto contro vacche”
Nel complesso, la bilancia commerciale Ue–Mercosur è positiva per l’Unione europea, soprattutto nei settori industriali. Se però si considerano solo i prodotti agricoli, il saldo tende a essere negativo per l’Ue. Da qui il soprannome dato all’intesa: “auto contro vacche”, commenta Avanza.

Fonte: elaborazione su dati Agriculture Strategies






