Standard di benessere per rispondere al consumatore

benessere animale
Suini leggeri su pavimento pieno.
Da una recente inchiesta dell’Eurobarometro è emerso che il 59% dei cittadini dell’Ue è disposto a pagare di più per prodotti provenienti da sistemi di produzione rispettosi del benessere degli animali. I principali requisiti degli standard che rappresentano le loro aspettative

Il quadro normativo comunitario in materia di benessere animale, riconoscendo giuridicamente gli animali come esseri senzienti con il Trattato di Lisbona del 2007, concentra l’attenzione sulla riduzione delle sofferenze non necessarie indicando una serie di requisiti minimi che devono essere rispettati per quanto riguarda spazi, pavimentazione, tipologie di stabulazione, disponibilità di acqua e alimento, pratiche gestionali.

Parallelamente a un articolato complesso legislativo in materia di benessere animale, negli ultimi anni si è assistito alla nascita di nuovi sistemi di regolamentazione, che si aggiungono e si affiancano alla normativa vigente. Si tratta di sistemi di certificazione e standard privati, generalmente su base volontaria, introdotti da enti non governativi come l’industria alimentare, le associazioni degli allevatori, le organizzazioni animaliste.

Percezione del benessere animale

Il consumatore richiede informazioni sul metodo di produzione e sulla filiera, come garanzia di sicurezza e qualità del prodotto alimentare; tra tali richieste la ricerca di produzioni attente al benessere animale è un fenomeno sicuramente in aumento, sia come quantità sia come importanza.

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Suini pesanti su lettiera di paglia.

Indagini condotte sull’opinione pubblica evidenziano una preoccupazione crescente in materia di benessere animale in tutte le aree della società.

Nell’ultima inchiesta condotta dall’Eurobarometro (2015) sull’attitudine dei cittadini europei in materia di benessere animale, è emerso che, nel complesso, il 59% dei cittadini dell’Ue ha dichiarato di essere disposto a pagare di più per prodotti provenienti da sistemi di produzione rispettosi del benessere degli animali. Più specificamente, più di un terzo (35%) è disposto a pagare fino al 5% in più e più di uno su dieci (16%) è disposto a pagare dal 6% al 10% in più per prodotti. Percentuali molto ridotte di europei sono disposti a pagare dall’11% al 20% in più (5%) o più del 20% (3% degli intervistati). Tuttavia, più di un terzo dei cittadini dell’UE (35%) non è disposto a pagare di più e una piccola percentuale ha affermato spontaneamente (4%) che dipendeva dal prezzo del prodotto. Tale preoccupazione, sia nella Eu, sia nei Paesi terzi, implica l’esistenza di opportunità commerciali legate alla diversificazione del mercato.

Un’indagine, condotta nell’ambito del “Progetto pilota e sviluppo di innovazione, The ethical pig farm” su consumatori lombardi e su imprese italiane ed estere della Gdo, ha evidenziato che il benessere animale gioca un ruolo importante nelle decisioni di acquisto dei consumatori di carne suina, ma meno importante rispetto alla freschezza, al colore, all’origine degli animali e al prezzo; tuttavia i consumatori, nella classe di età tra 31 e 50 anni, dimostrano più interesse per  prodotti ad alto contenuto di benessere animale e sono maggiormente alla ricerca di prodotti che riportano in etichetta informazioni sul rispetto del benessere animale, per i quali sono più disponibili a pagare un prezzo superiore.

In ogni caso l’obiettivo di un disciplinare “benessere” dovrebbe ben definito in base a cosa si voglia ottenere in termini di miglioramento del benessere animale ed evitando di certificare la conformità alla legge.

Principali requisiti dei disciplinari di produzione a maggior contenuto di benessere animale

Questo articolo ha l’obiettivo di evidenziare alcuni tra i principali requisiti degli standard che rappresentano le aspettative del consumatore, e affrontare brevemente tematiche, quali l’eliminazione del confinamento delle scrofe e delle mutilazioni (taglio della coda e castrazione).

I requisiti richiesti da standard più restrittivi rispetto alla normativa, possono essere così riassunti:

1) tipologia di stabulazione e pavimentazione – gli standard si concentrano con maggior dettaglio sulle caratteristiche dei locali e dei box, soprattutto relativamente alla limitazione o all’abolizione delle gabbie, anche in gestazione e al parto, alla presenza di una zona di riposo con pavimentazione piena continua e di una lettiera. Infatti, spesso richiedono che i locali di stabulazione prevedano una zona di riposo asciutta con pavimento pieno e, qualora possibile, con una lettiera in paglia. Per quanto riguarda i pavimenti, negli standard vengono normati aspetti non considerati dalla legislazione (es. vincoli per le aperture della pavimentazione grigliata sala parto). Anche per quanto riguarda la superficie che presenta un pavimento fessurato sono previsti vincoli sulla percentuale di pavimento con questa tipologia;

2) superfici di stabulazione – gli standard richiedono requisiti superiori in termini di superficie/capo, in alcuni casi includendo anche dettagli relativi alle superfici minime delle differenti aree funzionali (es. dettagli per la superficie libera totale e per la superficie libera di risposo). Vengono spesso definite anche misure minime per gabbie e poste;

3) disponibilità di alimento e di acqua – per quanto riguarda accesso all’acqua di abbeverata, gli standard definiscono spesso con precisione la portata, l’altezza e il numero di abbeveratoi (o lo spazio) per ciascun capo. Anche per quanto riguarda l’accesso all’alimento, vengono definiti gli spazi alla mangiatoia per i differenti sistemi di distribuzione e di somministrazione dell’alimento. Inoltre spesso forniscono i quantitativi di fibra alimentare da somministrare.

4) ambiente – gli standard riportano le temperature minime richieste per le diverse categorie di suini, a differenza delle generiche indicazioni della normativa che richiede soltanto che i suini siano allevati in ambienti che garantiscano il comfort termico. Per quanto riguarda la luce, anche gli standard non si discostano molto da quanto riportato nella normativa. Questi valori si discostano da quanto consigliato per le buone pratiche zootecniche, che raccomandano intensità luminose tre volte superiori per alcune categorie di animali sensibili (es. scrofe in attesa calore). La qualità dell’aria e la presenza di rumori, sia per la difficoltà di misurazione sia per la presenza di normative relative alla sicurezza dei lavoratori, non riportano soglie alle quali fare riferimento;

5) gestione degli animali e mutilazioni – nel caso del controllo della gestione, gli standard si occupano di definire requisiti per pratiche innovative non considerate dal quadro normativo (es. baliaggio successivo, svezzamento artificiale) e richiedono una raccolta dati relativa a indicatori di benessere (es. mortalità, lesioni, BCS). Per quanto riguarda gli interventi da eseguirsi sugli animali, e in particolare le mutilazioni, tutti gli standard richiedono che queste siano abbandonate e, quando indispensabili, eseguite con metodi di controllo del dolore.

La presenza sul mercato di prodotti con marchi diversi, ottenuti secondo standard differenti, tuttavia, non permetterebbe, secondo Lundmark e collaboratori (2018), di avere una panoramica chiara della regolamentazione, sia cogente, sia volontaria sul benessere degli animali, rendendo sempre più complesso il sistema di controllo. E, infatti, confrontare e comprendere tutti gli standard di benessere animale è fondamentale ma spesso risulta difficile per diverse ragioni:

  1. esistono sul mercato, anche all’interno della sola Unione Europea, standard differenti (es. Red Tractor, Rspca assured e Soil Association nel Regno Unito; Beter Leven in Olanda; Neuland, Naturland, Bioland e Für Mehr Tierschutz in Germania) che risultano poco applicabili in tutte le realtà dei diversi paesi. La mancanza di un sistema di certificazione comune a livello della EU porta a una scarsa chiarezza e a possibili storture nel commercio. È importante sottolineare che attualmente non si intravedono possibilità di sviluppo di standard comuni a causa della resistenza dei marchi già collocati sul mercato, che hanno la possibilità di commercializzare e caratterizzare prodotti di qualità diversa;
  2. gli standard attualmente presenti sul mercato, seppur differenti, hanno alla base gli stessi requisiti: eliminazione di dolore e sofferenze non necessarie e maggiori possibilità di esprimere il comportamento naturale. Questi due concetti però non vengono definiti in modo diverso. Se si esaminano, ed esempio, le procedure che provocano un dolore acuto, come la castrazione, o un dolore prolungato nel tempo, come la zoppia, appare chiaro che gli standard esprimono diversi punti di vista su quale dolore sia da evitare. Nonostante tutti abbiano accesso alle medesime conoscenze scientifiche in campo animale, infatti, le informazioni inserite nei disciplinari sono diverse perché influenzate dalla cultura, dalle tradizioni, dall’etica e dalla religione. Ugualmente l’ideale di rispetto del comportamento naturale varia dalla necessità che gli animali vivano come i loro antenati, all’accettare tipologie di stabulazione dove è previsto il confinamento purché gli animali possano esprimere alcuni comportamenti ritenuti essenziali. L’immagine che ciascuno standard definisce in relazione al comportamento naturale è poi spesso associato, erroneamente, alla tipologia di stabulazione piuttosto che alla struttura sociale o all’alimentazione;
  3. il linguaggio utilizzato da questi standard include l’uso di termini vaghi, che conducono a diverse interpretazioni e aumentano il rischio di lasciare la determinazione di conformità interamente al giudizio del singolo ispettore o di un gruppo di ispettori. L’uso poi di differenti protocolli, che presentano un univoco set di indicatori che descriva lo stato di benessere dell’animale, può aumentare il numero delle variabili da considerare e creare difficoltà e confusione in quanto gli allevatori, non solo devono considerare i requisiti di legge ma anche, se vogliono accedere più facilmente al mercato, includere quelli provenienti da standard privati.
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Suinetti in fase di svezzamento in box con pavimento parzialmente grigliato.

Questo problema è stato affrontato in Germania in modo collettivo attraverso l’iniziativa “Tierwohl” a cui hanno aderito, a livello nazionale, le principali aziende di macellazione (Bvdf, Vdf, Tönnies, Vion e Westfleish), le organizzazioni di rappresentanza degli allevatori (Dbv, Isn, Zds e Dvr), la Gdo (Aldi, Edeka/Netto, Kaiser’s Tengelmann, Kaufland, Lidl, Metro e Rewe), l’ONG per la protezione degli animali Provieh e l’organismo di certificazione Qs, sotto la supervisione dell’organismo per il commercio equo e solidale Bundeskartellamt. Per aderire all’iniziativa gli allevatori devono soddisfare una serie di criteri alcuni dei quali sono obbligatori (es. partecipazione a sistemi qualità, registrazione dell’uso antibiotici, partecipazione a programmi di raccolta dati al macello, controllo microclima d’allevamento, controllo qualità acqua di bevanda, illuminazione naturale, accesso a spazi all’aperto), mentre altri sono opzionali ma devono essere scelti fino a raggiungere una soglia minima (es. maggiori superfici di stabulazione, accesso permanente dei suini a paglia o a materiali manipolabili aggiuntivi, truogoli aggiuntivi per abbeverata, castrazione con analgesici, stabulazione in gruppo delle scrofe gestanti 6 giorni dopo la fecondazione, ventilazione naturale, lettiera confortevole in zona di riposo, scrofe al parto senza gabbie, svezzamento a 4 settimane, sistemi di raffrescamento nella fase d’ingrasso) o abbandonare la pratica di taglio della coda. In questa iniziativa la Gdo ha un ruolo centrale nel supportare finanziariamente l’iniziativa compensando gli allevatori per i maggiori costi di produzione in base al costo stimato di applicazione delle misure di miglioramento del benessere dei suini nelle diverse fasi di allevamento. L’iniziativa Tierwohl non prevede alcun tipo di etichettatura della carne prodotta e per questo motivo è stata criticata dall’Ong Dtb per la mancanza di trasparenza nei confronti dei consumatori in merito all’effettivo livello di benessere in cui sono allevati i suini da cui provengono le carni dei suini; secondo l’associazione di produttori biologici Bioland, questa iniziativa mira a migliorare l’immagine dei suinicoltori e ritardare gli interventi politici di miglioramento del benessere animale e lo sviluppo di ulteriori disciplinari e marchi a maggior contenuto di benessere animale. In ogni caso, questa e altre esperienze del Nord Europa evidenziano i seguenti fattori essenziali per il successo di questo tipo di iniziative:

  • mantenere il dialogo politico per prevenire l’inasprimento delle normative;
  • coinvolgere la Gdo per il finanziamento dei costi aggiuntivi per gli allevatori e le Ong per una comunicazione credibile;
  • motivare gli allevatori che nutrono dubbi sul futuro a lungo termine della compensazione dei costi aggiuntivi;
  • sensibilizzare i consumatori affinché si rendano conto che il benessere degli animali ha un suo prezzo.

THE ETHICAL PIG FARM

Il progetto “The Ethical Pig Farm”, coordinato e condotto dagli Allevamenti di Nerviano s.r.l. in collaborazione con il Dipartimento di Medicina Veterinaria dell’Università degli Studi di Milano e la Fondazione Crpa Studi Ricerche di Reggio Emilia e finanziato dalla Regione Lombardia sulla misura 16.2 del PSR 2014-2020, ha l’obiettivo di promuovere pratiche di allevamento rivolte a migliorare il benessere dei suini.

Le attività hanno visto il diretto coinvolgimento di 6 aziende agricole lombarde che hanno testato l’introduzione di sistemi di stabulazione o di pratiche zootecniche più rispettose del benessere animale, come richiesto dai principali disciplinari di produzione “animal friendly”, quali la riduzione del confinamento delle scrofe, l’aumento della porzione piena della pavimentazione, l’aggiunta di materiale fibroso e la riduzione delle mutilazioni.

La diffusione di sistemi che includano questi requisiti può portare a un aumento di redditività aziendale e del valore aggiunto del prodotto, attraverso un aumento delle opportunità di vendita verso mercati, più attenti alla componente etica del prodotto e al rispetto degli animali allevati.


La bibliografia è reperibile contattando la redazione.

Leggi l’articolo pubblicato sulla Rivista di Suinicoltura n. 11/2018

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