Soluzioni integrate per il controllo della Pwd

Il tempo a disposizione dello zinco ossido sta scadendo ed è sempre più urgente per gli allevatori trovare alternative sostenibili ed efficaci contro la diarrea dei suinetti (Pwd)

L’ultimatum è arrivato: la Gazzetta Ufficiale riporta l’indicazione che i lotti di medicinali veterinari contenenti ossido di zinco già prodotti alla data del 31 dicembre 2021 devono essere smaltiti entro il 25 giugno 2022. Dopo questa data, la prescrizione e l’impiego sotto qualsiasi forma, compresi i mangimi medicati e prodotti intermedi, sono vietate.

Da decenni, lo zinco ossido a concentrazioni farmacologicamente attive viene utilizzato per controllare la diarrea dei suinetti nel post-svezzamento (Pwd), causata dall’ E. Coli enterotossigeno (Etec). Questo batterio, appartenente al gruppo dei Gram -, è caratterizzato da fattori di virulenza, quali fimbrie, enterotossine e capsule. In genere, i ceppi di Pwd presentano adesine fimbriali di tipo F4 o F18. Producono poi delle enterotossine, le quali alterano il flusso di acqua ed elettroliti all’interno dell’intestino tenue, causando diarrea laddove l’intestino crasso non riesca ad assorbire tali liquidi in eccesso. L’eccessiva secrezione di elettroliti ed acqua comporta disidratazione, acidosi metabolica e decesso dei suini affetti.

La Pwd è responsabile di perdite economiche dovute ai decessi, ma anche al calo delle performance e al costo dei farmaci necessari per controllarla.

Nel tempo, si è riusciti a convivere con questa patologia grazie all’utilizzo di antibiotici e zinco ossido a dosaggi farmacologicamente attivi, ci si è poi accorti, però, di quanto siano diffusi ormai i ceppi di E. Coli multi resistenti agli antibiotici, difficili quindi da controllare da un punto di vista farmacologico.

Lo zinco ossido è stato introdotto nelle diete per suinetti intorno agli anni ’80, a dosaggi generalmente superiori a 2500 ppm, e da quel momento non è mai più stato abbandonato. Il meccanismo che determina i benefici effetti dell’ossido di zinco sulla diarrea dei suini, tuttavia, non è ancora stato pienamente compreso, anche se sono state formulate diverse teorie.
Una possibilità è che l’ossido di zinco agisca sulle tossine di E. Coli, sull’adesione dello stesso all’intestino o sulla sua proliferazione. Questo ne spiegherebbe l’effetto antibatterico, che contribuendo al mantenimento dello stato di salute degli animali si traduce con un miglior incremento ponderale giornaliero (fino a 1,6 volte più elevato dei gruppi non trattati con ZnO). Ma non sono tutte rose e fiori: l’utilizzo trentennale di questo oligoelemento ha portato alla luce delle criticità importanti. Notoriamente, l’integrazione di metalli pesanti nella dieta incide sulla flora microbica intestinale, incrementando talvolta la resistenza agli antimicrobici mediante co-selezione o altri meccanismi. Non solo: lo zinco ossido tende ad abbattere l’altezza e lo sviluppo dei villi intestinali, tanto che nel passaggio da un mangime medicato con zinco a uno non medicato, spesso gli animali mostrano diarrea. Tale fenomeno ha creato un rapporto di dipendenza con questo metallo, prolungando molto i tempi di trattamento. D’altra parte, lo zinco ossido è imputato come responsabile della desertificazione dei suoli, quindi la sua eliminazione è uno dei passi necessari verso la tutela dell’ambiente.

Sappiamo quanto il processo di svezzamento sia in assoluto il momento più delicato e stressante della vita di un suinetto e anche di un allevatore. Prima dello svezzamento, in condizioni normali, l’intestino è sano e con una popolazione microbica ben diversificata. Lo stress provocato dallo svezzamento porta ad un’alterata e discontinua assunzione del mangime che, insieme ad un aumento del transito nel tratto gastroenterico superiore, conduce a disbiosi e conseguentemente allo sviluppo della diarrea di cui parlavamo inizialmente. Tale quadro è peggiorato dallo stress ossidativo e dall’infiammazione che si instaurano, che sono cause di perdita di integrità dei villi intestinali e riduzione della superficie digestiva. Non possiamo annullare lo stress che il processo di svezzamento genera, ma possiamo sicuramente arginarlo: quello su cui possiamo agire sono tutti i passaggi successivi, fino ad arrivare a contenere il problema della diarrea, salvaguardando le performance produttive. Per farlo, bisognerà ragionare su più soluzioni, una integrata all’altra, che abbraccino l’allevamento a 360 gradi. In questo articolo ci concentreremo maggiormente sulle soluzioni di carattere nutrizionale.

Primo obiettivo: mantenere l’ingestione

Un buon mangime svezzamento dovrà innanzitutto avere un’ottima appetibilità, essere formulato con materie prime scelte e controllate, contenere fonti proteiche ben digeribili, avere un rapporto amminoacidico orientato alla tutela del sistema immunitario e della salute intestinale, più che alla crescita muscolare. Dovrà poi fornire il giusto apporto di fibra, contenere la giusta miscela di additivi a protezione dell’intestino, avere il più basso effetto tampone possibile e ultimo, non di certo per importanza, essere accompagnato da acqua di qualità.
L’assunzione volontaria di mangime dopo lo svezzamento è estremamente variabile e i motivi sono molteplici: differenze individuali, genetiche, etologiche, ma principalmente le ragioni ricadono sotto un fenomeno chiamato “neofobia”. I suinetti, infatti, hanno paura di tutto ciò che gli è nuovo: il rimescolamento, un ambiente sconosciuto, odori diversi, mangiatoie a cui non sono abituati, e ovviamente un mangime solido e diverso da quello della sala parto. È stato dimostrato che se passa molto tempo prima che il suinetto effettui il primo pasto, il tempo tra il primo e il secondo sarà ancora più lungo. Come aiutarli, allora?

L’utilizzo, ormai molto comune, di mangimi sottoscrofa aiuta il suinetto ad abituarsi a una forma di alimento diversa dal latte e a iniziare così a sviluppare i primi enzimi digestivi, oltre che a imparare ad approcciarsi a una mangiatoia. Un passaggio graduale al mangime svezzamento, inserendo un mangime transizione in sala parto l’ultima settimana e proseguendolo qualche giorno dopo lo svezzamento, è sicuramente d’aiuto. A seguire, la scelta del trogolo nel settore svezzamento è di basilare importanza: i suinetti devono guardarsi e confrontarsi l’un l’altro, pertanto, avere solo una cassetta a muro dove il suinetto per mangiare deve infilare la testa in ombra, sicuramente non favorisce l’ingestione. A questa si possono aggiungere dei trogoletti rotondi, e i primi giorni il suinetto mangerà unicamente da lì, oppure dei trogoletti lunghi dove i suinetti possano distribuirsi su due file parallele. L’alimentazione deve sempre essere ad libitum, facendo però in modo che il mangime sia fresco e non si ossidi durante l’arco della giornata, in quanto la sensibilità olfattiva del suino è molto elevata. Per stimolare l’assunzione bisogna inoltre puntare su un mangime il più gustoso possibile e quindi puntare ai sapori che al suinetto piacciono: il dolce e l’umami, quest’ultimo (paragonabile al dado da brodo) preferito al primo.

La proteina

Le proteine, se indigerite, quando arrivano nell’intestino portano a fermentazione proteolitica, diventando cibo per batteri patogeni quali l’E. Coli Etec o i Clostridi. Tale proliferazione porta ad un aumento della morte batterica, a cui seguono il rilascio di endotossine e l’aumento della concentrazione di sostanze tossiche. Tutto questo porta a danni intestinali e alla diarrea post-svezzamento. Recenti studi hanno quantificato la cinetica di digeribilità delle proteine alimentari, lavorando prima su studi in vitro (con stomaci artificiali) e poi in vivo. Se ne è dedotto che alcune fonti proteiche sono più o meno solubili di altre, a determinati valori di pH gastrico. Più la proteina è solubile a un certo pH, maggiore sarà la velocità di degradazione della stessa e quindi ci sarà poco o nessun cibo a disposizione dei batteri patogeni, riducendo così il rischio di sviluppare diarrea. Con queste informazioni si è potuto classificare le proteine a digestione rapida e quelle a digestione più lenta e ciò consente di valutare le fonti proteiche non solo in base alla digeribilità ileale di proteine e amminoacidi, ma anche in base alla velocità di digestione.

Nguyen et al. (2018), hanno osservato in uno sudio che i suini alimentati con diete contenenti fonti proteiche lentamente digeribili avevano più diarrea di gruppi alimentati con fonti proteiche rapidamente digeribili. Similmente, Jaworski et al. (2019) hanno indicato che le diete contenenti fonti proteiche rapidamente digeribili, oltre a fibre resistenti, riducono la diarrea nei suini svezzati in modo sovrapponibile all'uso di una dose farmacologica di ossido di zinco. In particolare, il glutine di frumento e la farina di soia sono risultate fonti proteiche rapidamente digeribili, se confrontate con concentrato di proteina di patata. Il miglioramento della salute gastrointestinale ha anche fornito un aumento delle prestazioni dei suini, rispetto a quelli alimentati con diete contenenti ZnO ad alto dosaggio.

Il profilo amminoacidico


Il profilo amminoacidico di una dieta deve essere adatto al momento specifico che l’animale vive, non solo la fase di crescita, ma anche le sfide che in quel momento sta affrontando. Nei suini sani, gli amminoacidi integrati con la dieta sono usati per la sintesi dei tessuti e delle proteine muscolari. Tuttavia, quando un suino è sotto stress, una notevole quantità di amminoacidi viene utilizzata per le funzioni del sistema immunitario e questo si traduce in un'ulteriore necessità di amminoacidi. Quindi, quando c’è una risposta immunitaria, sia essa in corso di diarrea post-svezzamento, o in corso di sieroconversione da Prrs, vengono automaticamente persi dei nutrienti per la crescita e i fabbisogni nutritivi cambiano.

Dovremo allora valutare un profilo amminoacidico diverso, che non sia solo orientato a fornire “mattoncini” per il tessuto muscolare, ma anche per la sintesi di aptoglobina, proteina C reattiva (proteine infiammatorie che svolgono un ruolo nel sistema immunitario dei suini) e proteine della parete intestinale, importanti quando l’intestino è sottoposto a stress. Si penserà allora anche ad altri aminoacidi come: prolina, glicina, alanina, treonina, valina e leucina, utili per il supporto dell’integrità intestinale e del funzionamento del sistema immunitario.

La fibra

In recenti studi si è lavorato, oltre che sulla proteina, anche sulla cinetica delle fonti fibrose, andando a distinguere tra fibre a fermentazione rapida, lenta e resistente. Questo fornisce al nutrizionista uno strumento importante su cui basarsi, per formulare diete a supporto della salute enterica in momenti di stress per il suino. Si raggiungono in questo modo tre obiettivi:

- utilizzo di fibre a fermentazione rapida per facilitare il passaggio dal latte materno, anch’esso ricco di tali fibre sotto forma di oligosaccaridi e altri carboidrati. Ciò stimolerà la salute gastrointestinale, come dimostrato dalla crescita di batteri benefici, aumenterà la produzione di acidi grassi a catena corta e ridurrà il pH del contenuto intestinale.

- Fornitura di fibre a fermentazione lenta per mantenere la fermentazione dei carboidrati in tutto l'intestino crasso. I microrganismi, quando ne hanno la possibilità, fermentano la fibra alimentare piuttosto che le proteine, poiché ne ​​traggono più energia. Tuttavia, i suinetti richiedono una dieta ricca di proteine ​​e ciò può comportare che queste, ​​non digerite, raggiungano l'intestino crasso. Un profilo fibroso sbilanciato potrebbe causare un'eccessiva fermentazione proteolitica,  provocare un'infiammazione dell'intestino crasso e portare a diarrea.

- L’obiettivo finale è ottimizzare la motilità intestinale, l’equilibrio osmotico e la qualità delle feci attraverso l’utilizzo di fibra resistente. I batteri patogeni e gli animali stessi ricevono poco nutrimento da questo tipo di fibra, tuttavia essa è necessaria per una buona peristalsi e per stimolare la maturazione dell’intestino attraverso la rigenerazione delle cellule epiteliali intestinali.

Effetto tampone
e uso di acidificanti

Al momento dello svezzamento, i suinetti hanno un valore di pH gastrico più alto rispetto a un suino adulto e dopo il pasto rimane sempre sopra a 4.5. Questo perché la capacità massima di produzione di acido cloridrico (HCl) dei suinetti viene raggiunta a circa 10 settimane di età. Un aumento del pH dello stomaco comporta una ridotta capacità digestiva da parte degli enzimi (la pepsina è molto più attiva a pH 2.5-3.5), quindi una scarsa digeribilità delle proteine, con conseguente aumento delle fermentazioni intestinali, dei patogeni e perdita di performance. Da quanto appena descritto, si può desumere quanto sia fondamentale mantenere il pH dello stomaco dei suinetti il più basso possibile. È qui che entra in gioco il concetto dell’acid binding capacity, o effetto tampone, di cui ogni mangime possiede uno specifico valore (espresso come ABC-4 in mEq), come definito da Lawlor et al., 2005. Un alto valore in ABC-4 indicherà un’elevata capacità tampone di quel mangime. Il valore di ABC-4 di un mangime è dato dal valore delle singole materie prime e può essere molto variabile; ad esempio i cereali e i loro sottoprodotti sono noti per avere la più bassa capacità tampone (quindi basso ABC-4), le fonti proteiche hanno un valore intermedio, mentre sono le fonti minerali (come calcio carbonato e sodio bicarbonato), ad avere l’effetto tampone più alto. Di contro, gli acidi organici hanno l’effetto opposto, andando a ridurre molto il valore di ABC-4 e contenendo quindi l’effetto tampone di un comune mangime. Da quanto detto finora è quindi chiaro che, andando ad eliminare o quantomeno a ridurre le fonti minerali all’interno di un mangime, andremmo a ridurre in automatico l’effetto tampone di un mangime e per farlo bisogna trovare il modo di sostituire queste fonti. Come? Fornendo da un lato una forma di calcio proveniente da acidi organici (es: calcio formiato, acetato di calcio, formiato di sodio) e dall’altra inserendo nel mangime delle miscele sinergiche di acidi organici a corta catena (Scfa), che abbiano un’azione diretta sulla riduzione del pH gastrico e un effetto battericida verso i Gram -.

Acqua di qualità

L’acqua: l’alimento più assunto dai nostri animali, ma nonostante questo il più trascurato. Di tutti gli alimenti, l’acqua è quello il cui bisogno è più frequente e regolare: mentre per ogni altro principio nutritivo l’animale possiede riserve più o meno rilevanti, per l’acqua le riserve sono praticamente nulle. Altrettanto fondamentale è la sua qualità, oltre che disponibilità, la quale non dovrebbe differire da quella destinata al consumo umano. Parlando in modo particolare di acqua e svezzamento, bisogna tenere in considerazione che, nei giovani animali, l’assunzione di acqua è bassa in relazione al volume degli impianti idraulici e questo determina portate lente. Se si aggiunge, poi, che nei settori svezzamento le temperature sono solitamente alte per prevenire il raffreddamento degli animali, questo porta alle condizioni ideali per la moltiplicazione batterica e alla creazione del cosiddetto biofilm in un flusso lento di acqua calda. Al di là di un controllo ogni sei mesi della qualità dell’acqua, per le sue caratteristiche fisico-chimiche e microbiologiche, è fondamentale valutare la sua acidificazione. I batteri patogeni, come Gram – e Clostridi, sono in grado di sopravvivere a pH compreso tra 4.5 e 8. Considerando che normalmente l’acqua di bevanda può avere un pH compreso tra 6.5 e 9.5, essi trovano un ambiente perfetto per moltiplicarsi. Si rende quindi necessario, oltre che estremamente efficace, acidificare l’acqua di bevanda, portando il suo pH < 4.5, con obiettivo a 3.8. Questo non solo avrà come risultato una riduzione della carica microbica presente nell’acqua, ma anche un effetto diretto sullo stomaco del suinetto, riducendone il pH e favorendo la digestione, secondo i concetti precedentemente esposti.

Per concludere, è evidente che non esiste una soluzione univoca per la sostituzione dello zinco ossido, ma è necessario un approccio completo, che si basi sì sul controllo dell’alimentazione, ma che abbracci anche il management aziendale e sanitario. Abbandonare lo zinco ossido e arrivare ad una riduzione generale dell’uso degli antimicrobici significa anche essere pronti ad andare più piano, ma forse più sani e più lontano.

Soluzioni integrate per il controllo della Pwd - Ultima modifica: 2022-04-14T16:01:51+02:00 da Rivista di Suinicoltura

LASCIA UN COMMENTO

Inserisci il tuo commento
Inserisci il tuo nome