
La suinicoltura italiana si trova a un bivio strategico, stretta tra la pressione dei mercati internazionali, il peso dei costi produttivi e le sfide legate alle nuove esigenze ambientali e sanitarie. Dalla Fiera di Orzinuovi, nel corso del convegno “Suinicoltura, facciamo il punto tra mercati, sanità animale e sostenibilità economica” promosso da Confagricoltura Brescia, gli addetti ai lavori hanno tracciato la rotta per difendere la redditività delle imprese e valorizzare gli standard della filiera.
Il nodo dei mercati: la pressione sulle quotazioni
Dopo un biennio (2024-2025) caratterizzato da una sostanziale tenuta economicamente soddisfacente, il 2026 ha aperto uno scenario più complesso. Come evidenziato da Ivan Valtulini, suinicoltore e vicepresidente di Confagricoltura Brescia, l’importazione di suini e carni dall’estero a prezzi fortemente competitivi ha gravato sulle quotazioni interne. La produzione italiana, vincolata ai rigidi disciplinari delle Dop e penalizzata da costi di gestione strutturalmente più elevati, fatica a duellare sul piano del prezzo con le carni d'importazione. Nonostante i primi segnali estivi di ripresa dei prezzi legati a una minore disponibilità di capi, la necessità di differenziare il prodotto nazionale resta impellente.
In questa cornice si inserisce la proposta di Rudy Milani, presidente nazionale del comparto Suinicoltura di Confagricoltura. Per arginare l'ingresso di produzioni a basso costo, come quelle paventate dagli accordi di libero scambio Mercosur, le tradizionali denominazioni potrebbero non bastare più. La strategia suggerita è quella del posizionamento di nicchia ad altissimo valore aggiunto: una vera e propria "super Dop", fondata su parametri di allevamento, benessere e tracciabilità ancora più stringenti, capaci di trasferire al consumatore un valore percepito tale da giustificare un premio di prezzo.
Biosicurezza: -64% di antibiotici negli allevamenti
Se la leva commerciale richiede nuovi strumenti, sul fronte della gestione sanitaria gli sforzi degli allevatori stanno già producendo risultati tangibili. I dati presentati dall'Istituto zooprofilattico sperimentale attestano una riduzione del 64% nell'impiego di antibiotici negli allevamenti, un percorso di razionalizzazione e biosicurezza confermato anche dal sistema ClassyFarm, che oggi copre il 98% delle strutture.
Per la suinicoltura bresciana — primo polo nazionale con circa 1,4 milioni di capi, 700 aziende e un fatturato di oltre 300 milioni di euro — questi indicatori rappresentano la prova oggettiva di un cambio di passo che deve ora tradursi in un adeguato riconoscimento economico lungo tutta la catena del valore.
Al convegno sono intervenuti anche Morris Tomasoni, socio di Confagricoltura Brescia e membro del consorzio Prosciutto di Parma, gli assessori regionali Alessandro Beduschi, Giorgio Maione e Simona Tironi, Francesco Maraschi (dirigente regionale Veterinaria) e Claudia Nassuato (dirigente Sanità animale Ats Brescia), Giorgio Varisco e Loris Alborali (direttori istituto zooprofilattico).








