Il mangime pre-parto per preparare la scrofa

mangime
Non solo un ruolo di connessione tra la fase di gestazione e la lattazione. Questa tipologia di alimento, se correttamente bilanciata da un punto di vista nutrizionale, può rappresentare un valido aiuto al momento del parto, riducendo i casi di natimortalità

Protagonista di questa trattazione è proprio il mangime pre-parto che, in questi ultimi anni è stato snobbato, ma che invece rappresenterebbe una necessità in virtù di alcune considerazioni che cercheremo di motivare di seguito.

Innanzitutto va detto che con l’adeguamento delle scrofaie alla normativa sul benessere animale, la gestione delle scrofe in gruppo ha fatto emergere alcune problematiche che le gabbie individuali riuscivano a mascherare. Infatti, sappiamo che le scrofe per buona parte della fase di gestazione vengono alimentate su livelli prossimi al mantenimento, per cui non è infrequente vedere comparire quei fenomeni cosiddetti stereotipati che portano alla masticazione a vuoto con produzione abbondante di saliva.

Ovviamente anche la scrofa in gabbia può andare incontro a tale tipo di comportamenti; va detto però che quando l’animale si trova in gruppo, questo senso di fame può portare ad aggressività e provocare danni agli altri soggetti che si manifestano attraverso lotte e/o morsicatura di code, vulve, ecc.

Questa, insieme ad altre considerazioni, hanno fatto sì che i nutrizionisti iniziassero a concepire formule con un alto contenuto in fibre le quali hanno il potere di dare “riempimento intestinale”. Le fibre infatti hanno la capacità di legarsi all’acqua contribuendo così ad aumentare il volume del mangime ingerito e fornendo quel senso di sazietà che è auspicabile nelle scrofe gestanti. Inoltre, lo stomaco si abitua a una certa distensione e si prepara a un’alta ingestione alimentare, fondamentale nel corso della lattazione.

In più, sempre parlando di questa fase, occorre ribadire come sia fondamentale evitare l’ingrassamento dei propri riproduttori e si debba cercare quindi il difficile equilibrio tra le quantità apportate e l’appetito dell’animale. Ecco che le diete fibrose vengono in aiuto in tal senso in quanto permettono di accrescere le quantità somministrate senza peraltro eccedere nei contenuti energetici.

Dall’altra parte invece, la gestione di questi ibridi sempre più prolifici ha fatto sì che la richiesta nutritiva per la produzione di latte divenisse sempre più pressante, pena l’eccessiva mobilizzazione delle riserve corporee. In più occorre riconoscere che il consumo di mangime è spesso insufficiente al fine di garantire quella produzione di latte che si richiederebbe per il sostegno delle grandi nidiate partorite oggigiorno dalle scrofe.

A fronte di questo consumo di mangime insufficiente, i nutrizionisti hanno cercato di rispondere con mangimi sempre più concentrati soprattutto in termini energetici e proteici/aminoacidici. Chiaramente questi mangimi non possono avere contenuti elevati in termini di fibra poiché questo mal si sposa con la necessità di un alto apporto energetico.

A fronte delle considerazioni fatte, è semplice comprendere come tra il mangime gestazione e quello di lattazione si sia creato un divario abbastanza netto che rende pressante il ricorso a un mangime di transizione per evitare che il passaggio da una fase all’altra sia eccessivamente traumatico per l’animale.

Considerazioni pratiche

Nella fase finale della gestazione si inizia a sintetizzare il colostro, si assiste a una crescita progressiva del tessuto mammario e i feti crescono a un ritmo vorticoso (quintuplicano il peso nell’ultimo mese).

Inoltre, anche lo spostamento fisico dal box alla sala parto può essere fonte di stress in quanto oltre al cambio di ambiente, l’animale va incontro anche a un cambio di dieta.

Il processo del parto da un punto di vista energetico è particolarmente dispendioso e quindi l’impegno è tanto maggiore quanto più grande è il numero dei suinetti partoriti.

Già in questa fase, se l’apporto energetico non è sufficiente, si può andare incontro a problematiche al momento del parto con progressiva riduzione delle contrazioni uterine, aumento del rischio di asfissia per i feti e conseguente natimortalità.

Chiaramente il ricorso a un mangime apposito per gestire questa fase deve andare al di là del semplice ruolo di connessione tra il mangime gestante e quello di lattazione: dovrà anche essere in grado di preparare la scrofa al parto (con adeguata disponibilità di calcio, fosforo ed energia), evitare la costipazione (vedi box) e favorire la produzione di latte.

Il bilancio elettrolitico

Sulla base dell’esperienza fatta sulle bovine da latte, di bilancio elettrolitico nell’alimentazione della scrofa si parla già da parecchi anni, però vale la pena di ricordarne l’importanza. Innanzitutto abbassando il bilancio elettrolitico con sostanze anioniche si ottengono i seguenti vantaggi:

- si riduce il pH delle urine favorendo la sanità delle vie urinarie stesse;

- si aumenta il livello di calcio disponibile a cavallo del parto e nel periodo immediatamente successivo.

La riduzione del pH delle urine costituisce una barriera naturale al parto e alla fecondazione, che nella scrofa rappresentano momenti critici in cui la cervice è aperta e potenzialmente suscettibile all’ingresso di batteri che possono essere causa di infezioni all’apparato genito urinario.

Allo stesso modo il calcio è fondamentale perché contribuisce alle contrazioni, favorendo parti rapidi e minor natimortalità.

In genere nella fase di gestazione si preferisce alimentare le scrofe con diete alcalogene, mentre in prossimità del parto e in lattazione si riduce il bilancio elettrolitico con conseguenti benefici sul livello di calcio in forma ionica presente nel sangue.

L’instaurarsi di una condizione di acidosi metabolica influisce sul bilancio del calcio incrementandone l’assorbimento dall’intestino, favorendone la mobilizzazione dalle ossa e aumentandone quindi la disponibilità al momento del parto.

L’eventuale ricorso a un mangime pre-parto, potrebbe poi consentire l’utilizzo di un mangime lattazione in cui il bilancio elettrolitico sia ulteriormente variato in aumento e questo andrebbe a favorire il tamponamento del pH del sangue che era stato alterato dal rilascio di elevate quantità di anidride carbonica nel sangue in seguito all’innalzamento della frequenza respiratoria instauratasi in corso di parto.

 

Leggi l’articolo completo sulla Rivista di Suinicoltura n. 6/2016

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