Coronavirus, i macelli non lavorano a pieno regime

prezzi suini
Il calo dei consumi nel food service ha ridotto l'attività dei macelli, la manodopera deve essere riorganizzata nelle diverse linee di lavorazione dell'industria, e, non ultimo, si affaccia il problema dell'export

I macelli hanno ridotto i volumi, per effetto sia del calo delle vendite legato al food service dopo la chiusura di scuole, mense e ristoranti, sia alle dfficoltà nell'organizzazione delle manodopera nelle linee di lavorazione dell'industria di trasformazione. Anche sulla filiera dei suini si fa sentire l'effetto Coronavirus.

«La fornitura di mangimi e materie prime per gli allevamenti è regolare, i nostri associati rispettano le norme sanitarie e tutte le precauzioni di legge per l’emergenza Coronavirus nella gestione delle aziende, ma li preoccupa il mercato».

Così Valerio Pozzi, direttore generale di Opas, (Organizzazione prodotto allevatori suini), l’Op più grande d’Italia  che rappresenta un centinaio di allevamenti di suini tra Lombardia, Emilia-Romagna, Piemonte, Veneto e Marche, pari al 12% della suinicoltura nazionale.

Valerio Pozzi direttore generale di Opas

Nel 2019 Opas ha macellato 1 milione e 250 mila suini generando un fatturato di oltre 320 milioni di euro. «Abbiamo - ribadisce Pozzi - molti ordini di carne fresca dalla Gdo e dall’industria collegata, ma facciamo più fatica con le cosce destinate ai prosciutti e alle produzioni pregiate. Come stabilimento di macellazione (a Carpi) abbiamo calato del 15% i volumi nelle ultime due settimane e abbiamo aumentato, inoltre, la quota dei tagli congelati. Sarebbe necessaria una misura di sostegno al settore, tipo gli aiuti all’ammasso».

Problemi più gravi tra 15 giorni

«I problemi potrebbero tuttavia aumentare - continua il direttore generale di Opas - tra una quindicina di giorni se continuiamo a ritardare le macellazioni e non torniamo a lavorare a pieno regime. Il suino pesante italiano, quello usato per le produzioni più pregiate della salumeria nazionale, non può andare fuori peso».

I macelli potrebbero quindi avere difficoltà a contenere i costi di macellazione perché gli ordini sulle carni saranno solo legati  al fresco per la Gdo e non alla salumeria che risentirà invece del calo di richiesta del canale horeca.

Scende intanto il prezzo dei suini da macello

Le difficoltà di alcuni macelli, soprattutto sul versante cosce, e il conseguente calo di prezzo sono confermate anche da Luigi Simonazzi, responsabile economico della Coldiretti di Milano e Lodi: «Un macello di Parma ha già comunicato ai suinicoltori che per “cause di forza maggiore non dipendenti dalle aziende di macellazione” ha rallentato le attività e per i suini in giacenza applicherà il listino ribassato della Cun suini da macello del 12 marzo, mediamente un prezzo di 1,557 euro/kg (1,547-1,567), in calo del 2,5% rispetto al dato precedente. Più che una problema di lavorazione delle cosce che diventeranno prosciutti tra minimo 14 mesi emergono incertezze e preoccupazioni per il futuro».

E il prezzo dei lombi (carne fresca) aumenta

«L’industria di trasformazione sta subendo cali di vendite dei prosciutti stagionati a causa delle chiusure di scuole, mense e ristoranti  legata alle disposizioni sul Cornavirus – sottolinea Luigi Zanotti, presidente di Assocom, cooperativa di 58 allevatori di suini di Brescia e Cremona che al 31 dicembre 2019 ha commercializzato 407.750 capi -. Di conseguenza ha cominciato  a ridurre la produzione ritirando meno materia prima».

Alcuni macelli, come riferisce sempre Zanotti, hanno però anche rallentato l’attività a causa della carenza di manodopera legata al Coronavirus. «C’è richiesta di carne fresca da parte della Gdo e infatti il prezzo dei lombi è in aumento: il bollettino del 13 marzo indica un prezzo di 4,05 al chilogrammo, in crescita di 50 centesimi, mentre altri tagli meno richiesti come cosce (prosciutti crudi), spalle (salami), hanno registrato un decremento».

Calo delle macellazioni legato alla manodopera

«Le difficoltà attuali sono legati all’emergenza attuale - sottolinea Marco Lunati, suinicoltore di Mairago, in provincia di Lodi (il primo Comune dopo la ex “zona rossa” del Dpcm del 23 febbraio scorso) che conduce un allevamento a ciclo aperto di 600 scrofe (Cascina Gudio) che si estende su 70 ettari – ma le prospettive internazionali sono favorevoli. La Cina deve riprendersi dal Coronavirus e al momento non investe risorse per ampliare il patrimonio suinicolo. Il prezzo della carne suina, quindi, e anche la domanda sono destinate a crescere».

La carne destinata alla salumeria italiana, fa sapere sempre Lunati,  ha qualche problema di collocamento, fondamentalmente per problemi di organizzazione della manodopera. Un grande macello vicino all’ex zona rossa non ha potuto lavorare a pieno regime perché aveva molti dipendenti nell’area interdetta alla movimentazione di persone. «Ognuno oggi - sottolinea Lunati - deve fare la propria parte in un quadro che è drammatico perché in questi giorni parliamo sì di economia, ma è a rischio soprattutto la salute delle persone».

Calderone, Assica «Difficoltà con l’export»

«In questa fase di emergenza legata al Coronavirus –  commenta Davide Calderone, direttore di Assica, l’industria di trasformazione della carne suina – le difficoltà sono fondamentalmente legate all’assenza di personale e anche alle necessità di riorganizzare i turni in azienda rispettando non solo le normative in materia di sanificazione degli ambienti, che da sempre  fanno parte della routine quotidiana, ma anche alcune novità, come quelle di aumentare le distanze tra le persone. Occorre impostare diversamente le linee di lavorazione per adeguarle alle nuove regole».

Sicuramente, fa sapere sempre Calderone, le aziende legate al food service potrebbero subire un calo dei consumi  non compensato dalla gdo. In questo canale si registra un aumento delle vendite legato all’effetto scorte.

Assica registra inoltre  problemi di logistica delle merci spedite oltre-confine con diversi blocchi o ritardi alle frontiere soprattutto con l’Est Europa ad esempio verso Slovenia, Ungheria, Croazia e Serbia. A fronte di un giro d’affari totale del comparto italiano dei salumi di 8 miliardi, circa1,6 miliardi sono realizzati all’estero.

Coronavirus, i macelli non lavorano a pieno regime - Ultima modifica: 2020-03-24T10:48:14+01:00 da Mary Mattiaccio

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