Matrice olistica per la porcilaia

Il professor Pierluigi Navarotto avverte: bisogna conoscere bene quali siano le caratteristiche del microclima e della biosicurezza e a che uso sia destinato il ricovero

Una progettazione olistica di matrice zootecnica: ecco il concetto che dovrebbe stare alla base della realizzazione di ogni nuova porcilaia. Perché progettare significa avere idee chiare sulla destinazione del ricovero, sulle condizioni del microclima e della biosicurezza, sulle esigenze in termini di benessere animale.

Una panoramica delle strategie essenziali la fornisce Pierluigi Navarotto, per molti anni docente di costruzioni rurali al Dipartimento di Scienze veterinarie per la salute, la produzione animale e la Sicurezza alimentare dell’Università di Milano.

«Negli ultimi anni il momento della progettazione è stato assai svilito – afferma Navarotto –. Spesso si parte da schemi preconfezionati senza preoccuparsi di analizzare le singole situazioni, come sarebbe invece necessario. Per essere ottimizzato, ciascun progetto deve infatti prendere in considerazione le caratteristiche particolari del ricovero. Tra gli elementi che dovrebbero condizionare il progetto citiamo, innanzitutto, il microclima interno alla porcilaia, la qualità dell’aria (dal punto di vista chimico e fisico), la biosicurezza in funzione dei diversi settori animali, delle fasi di allevamento, della lavabilità del ricovero e delle attrezzature (la quantità di acqua necessaria per lavare un ricovero potrà limitarsi a pochi litri nel caso di un ricovero pensato nell’ottica di ottimizzare questa fase, altrimenti potrebbe penalizzare fortemente la gestione dell’effluente)».

Puntualizza ancora Navarotto: «La progettazione di una porcilaia deve essere di tipo olistico e sviluppata da esperti in edilizia zootecnica, in grado di padroneggiare le tecnologie zootecniche e non solo gli aspetti meramente costruttivi dell’involucro. Purtroppo, le crescenti e spesso ingiustificate difficoltà da superare per ottenere un qualsiasi permesso di costruzione, a causa dell’esasperata burocrazia che spesso caratterizza l’iter delle autorizzazioni, ha portato l’allevatore a considerare tale aspetto il più importante da superare per realizzare i propri programmi di costruzione».

Tempo perduto

«In effetti – aggiunge il professore – in assenza del permesso di costruire l’allevatore non può realizzare i suoi progetti. Purtroppo, una volta superato questo scoglio, preoccupato di recuperare il tempo perso, è portato a realizzarlo senza un serio approfondimento delle specificità. Il risultato è spesso la creazione di ricoveri che non rispondono al meglio alle molteplici esigenze dell’allevamento».

Quali sono gli elementi più importanti di cui tener conto per progettare in modo olistico una porcilaia? Risponde il professore: «La tipologia e le caratteristiche della costruzione vanno scelte, anzitutto, decidendo a monte quali condizioni ambientali è necessario garantire in funzione della tipologia degli animali ospiti e della fase fisiologica interessata. In particolare, oltre al livello di coibentazione vanno considerati l’inerzia termica e il ricambio dell’aria. È inoltre importante considerare gli altri fattori che incidono sulla qualità dell’aria, ovvero quale sistema verrà utilizzato per allontanare gli effluenti zootecnici (dal pavimento fessurato al vacuum system e così via). Si renderà inoltre essenziale assicurare il maggior livello possibile di biosicurezza. Da questo punto di vista, è di fondamentale importanza controllare l’accesso dei topi nella porcilaia. Tra le accortezze, sono ad esempio da evitare i sottotetti (se presenti vanno accuratamente confinati), va assciurato il contenimento degli alimenti esclusivamente nei truogoli, l’impedimento del facile passaggio tra tetto e interno della porcilaia, magari attraverso l’installazione di una rete sul cupolino».

Esistono anche altre accortezze da considerare nel momento della progettazione della porcilaia: «La gestione degli effluenti va progettata nell’ottica della loro destinazione, vale a dire, va deciso a priori se gli effluenti saranno da utilizzare tal quali, se saranno destinati alla digestione anaerobica, se è previsto un limite alla quantità di azoto e qual è questo limite. E non dimentichiamo – prosegue Navarotto – le esigenze di lavabilità degli spazi così come le condizioni di lavoro degli addetti, altri due aspetti da prendere seriamente in considerazione in funzione dell’efficienza della futura porcilaia e dei costi che si andranno a sostenere».

Gestione continua o in bande

Tra i settori dell’allevamento suinicolo, quello dedicato alle scrofe è sicuramente il più vario e delicato dal momento che la fase riproduttiva è quella che presenta maggiori esigenze.

«Nella fase di progettazione del settore scrofe – avverte Navarotto – è bene avere presente quali sono gli spazi necessari, riflettendo a monte su quale impostazione zootecnica si vuole dare al proprio allevamento. Un conto, ad esempio, è la gestione continua e un conto è la gestazione cosiddetta in bande. Questa seconda impostazione è sicuramente favorevole nei confronti della biosicurezza, grazie anche al fatto che i suinetti nuovi nati della banda, essendo coetanei, non devono affrontare il microbismo indotto dai soggetti più grandi».

Il professore porta un esempio: «Con la gestione in bande trisettimanali, un allevamento di 350 scrofe viene gestito idealmente come sette allevamenti di 50 scrofe le cui fasi fisiologiche sono distanziate 21 giorni. In questo modo anche l’organizzazione del lavoro si specializza e assicura una maggiore attenzione degli addetti».

Anche la scelta delle attrezzature ha un’importanza considerevole sin dal momento progettuale. Nel caso della sala parto, l’adozione di una gabbia dotata di nido chiuso o aperto condiziona profondamente le caratteristiche dell’impianto di climatizzazione e i relativi consumi energetici.

Un ulteriore capitolo da affrontare riguarda l’allontanamento delle deiezioni: «La gestione del processo di veicolazione delle deiezioni dal ricovero condiziona sia la qualità dell’aria, sia la lavabilità del ricovero e incide notevolmente sul livello di biosicurezza mantenibile. E la biosicurezza – conclude Navarotto – è sicuramente tra i fattori che maggiormente incidono sui risultati tecnici ed economici dell’allevamento».

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