Pietro Pizzagalli vince il premio “Allevatore dell’anno 2019”

allevatore dell'anno
Primo classificato per la “sezione suinicoltura”, questo suinicoltore brianzolo si aggiudica il riconoscimento attribuito da Edagricole in collaborazione con Fieragricola Verona. Molti i meriti che lo hanno portato alla vittoria

«Ad oggi allevamenti di Nerviano è una realtà suinicola che produce sia suini convenzionali che suini biologici destinati tutti alla filiera Fumagalli – spiega Pizzagalli -. Negli ultimi anni ho cercato di impostare il sistema di produzione concentrandomi sugli aspetti seguenti:
- produzione a bande;
- sistema multisede molto rigido;
- sanità di allevamento con diversi progetti di eradicazione eseguiti;
- animal welfare;
- riduzione dell’uso dell’antibiotico;
- biosicurezza.

Ha parlato di gestione a bande di 5 settimane: quali sono i pro e i contro di questo sistema di gestione non così comune?
«Il sistema di produzione a bande di 5 settimane è stato applicato per la prima volta in via sperimentale su una scrofaia positiva alla Prrs di 450 scrofe circa 8 anni fa. Questo sistema molto rigido – agginge l’imprenditore - ci permetteva di avere un tutto vuoto tutto pieno in sala parto che ritenevo essere un sistema molto valido dal punto di vista sanitario e soprattutto rispetto alla banda a 3 settimane, che già si applicava in altre scrofaie, permetteva un 20% di produttività in più.

allevatore dell'anno
Iallevatore dell'anno

Fatta la sperimentazione per circa 2 anni ho deciso di estendere il modello a tutte le scrofaie del gruppo anche se avevano numeri di scrofe diversi e in qualche caso di molto superiore».
Continua Pizzagalli: «In generale possiamo riassumere pregi e difetti nei punti che seguono.
Pregi:
- possibilità di mantenere una lattazione di 28 giorni con un tutto pieno tutto vuoto della sala parto;
- possibilità di produzioni costanti anche su scrofaie piccole ad esempio 350 scrofe circa 850/900 svezzati che consentono di reperire siti 2 e 3 di numerosità comunque significative che permettano al tempo stesso di applicare un reale tutto pieno tutto vuoto;
- migliore ripartizione dei lavori in scrofaia perché sulle 5 settimane ci sono 4 settimane di lavori regolari e 1 settimana in cui tutto il personale si concentra su svezzamento copertura parti;
- possibilità di effettuare piani di eradicazione (in questo modo a esempio siamo riusciti a negativizzare 2 scrofaie dal virus della Prrs);
- programmazione di inserimento della rimonta ogni 10 settimane.
Difetti:
- il personale deve essere molto qualificato perché tutti devono saper fare tutto;
la 5a settimana presenta un picco di lavoro che va gestito e organizzato. A esempio in alcune strutture utilizziamo figure esterne per lavaggio e disinfezione delle sale parto;
- la programmazione dei flussi tra siti 1, 2 e 3 è molto rigida pertanto i ritmi di riempimento e svuotamento hanno settimane prestabilite che vanno rispettate;
- i dati tecnici di stalla, in particolare la fertilità, devono essere molto buoni: a mio avviso oltre il 90% perché altrimenti c’è un aggravio di costi importante;
- la programmazione della rimonta è uno degli aspetti imprescindibili perché un “buco” sulle coperture ha conseguenze tecniche ed economiche impattanti».

Il vostro gruppo è particolarmente attivo sul versante del benessere animale: quali le motivazioni per scelte che a oggi non sono ancora imposte dal legislatore?
Il motivo per il quale abbiamo deciso da anni di affrontare un percorso virtuoso sull’animal welfare che va ben oltre le norme di legge è dovuto al fatto che la casa madre sviluppa un fatturato per il 68% su mercati esteri dove la tematica del benessere animale è un requisito minimo per poter fornire i vari retailer.

Cosa fate per valorizzare e mantenere lo stato sanitario delle vostre aziende?
«A oggi – risponde Pizzagalli - abbiamo più del 50% delle scrofe negative alla prrs e circa il 20% negative per app e micoplasma. La ricetta per mantenere quello che abbiamo conquistato con un duro lavoro credo stia in questi punti:
- team di gestione degli allevamenti estremamente professionale e motivato. Oggi abbiamo 2 figure veterinarie altamente professionali e preparate e 2 tecnici che si dedicano uno alle scrofaie e l’altro impegnato al 100% sui siti 2 e 3. Tutto questo ci permette una gestione puntuale di ogni singolo allevamento.
- biosicurezza: ci siamo dati obiettivi che crescono al crescere dello stato sanitario della scrofaia. Un esempio: le scrofaie positive hanno una biosicurezza soprattutto concentrate sul perimetro, - gli allevamenti negativi invece devono averla non solo sull’esterno ma anche all’interno intendendo con questo la movimentazione del personale. Inoltre, per tenere a regime il sistema periodicamente formalizziamo una check-list che fornisce indicazioni sul punto in cui ci troviamo siamo rispetto agli obbiettivi prefissati;
- logistica: consapevoli dei rischi connessi con trasporti e movimentazioni, in tutte le nostre stalle facciamo programmi settimanali molto rigidi per carichi e spostamenti dei suini;
- altro aspetto fondamentale è il piano di autocontrollo che il team sanitario concorda ogni anno in collaborazione con l’Izs di Brescia al fine avere in ogni momento una fotografia della nostra situazione e una storicità di dati e dei problemi riscontrati».

Quali sono gli aspetti fondamentali per una buona riuscita dei cicli di svezzamento e ingrasso?
«Ogni ciclo di svezzamento parte da una fotografia della svezzata con un piano di prelievi e dalla verifica circa il livello di pulizia e disinfezione degli ambienti. Detto questo seguiamo protocolli ben precisi operando nei modi seguenti:
- innalziamo il più possibile il livello di biosicurezza aziendale;
- applichiamo schemi alimentari che siano conosciuti e supportati da dati storici;
- richiediamo all’allevatore di seguire scrupolosamente i punti indicati dal nostro manuale di gestione.

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II benessere animale è un requisito indispensabile per essere competitivi

Terminato il ciclo, il sistema informatizzato di gestione è in grado di riassumere in un foglio riassuntivo tutti i dati salienti del ciclo stesso in modo da valutare i parametri tecnici, economici e l’utilizzo dell’antibiotico. Nel momento in si ottengono i dati – aggiunge l’allevatore brianzolo -, è fondamentale collaborare con figure professionali in grado di leggere e interpretare il dato al fine di applicare tutti gli accorgimenti perché le performance conseguite possano risultare ripetibili e/o migliorabili».

Il mangime viene acquistato da aziende terze: come gestite il rapporto con i fornitori e per quale motivo preferite questo sistema all’autoproduzione?
«Tutto il mangime viene comprato sul mercato da aziende qualificate con le quali abbiamo rapporto in essere da anni e che hanno la volontà di confrontarsi con i nostri dati e il nostro sistema di gestione
Più di una volta ho pensato all’autoproduzione e anzi qualche anno fa come gruppo avevamo pensato di compiere questo salto ma sono convinto che per produrre mangime bisogna avere capacità tecniche, di investimento e numeri minimi che ti aiutino nella gestione dei costi. Nella nostra attività di allevamento – aggiunge Pizzagalli - due cose non ho mai considerato: la gestione della terra e la produzione del mangime. Credo che il successo del nostro sistema sia dovuto alla capacità di analisi dal punto di vista del management e alla capacità di controllo dei costi che risulta essere imprescindibile al giorno d’oggi. Sono consapevole del fatto che il mangime rappresenta una quota importante dei costi ma sono convinto che l’autoproduzione, se non gestita correttamente, dia solamente l’illusione di un risparmio che poi non si riscontra nel conto economico».

Avendo esperienza anche sul bio: pensa che tale sistema di allevamento aumenterà la sua quota a livello nazionale?
«Il biologico è stata una sfida nata nel 2017. Da anni la Fumagalli spa macellava e vendeva suini “bio” e dopo la crisi della materia prima del 2015 e 2016 diventava un’esigenza l’autoproduzione.

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La difesa dell’italianità e delle produzioni Dop è un elemento essenziale per il successo del suino pesante

I requisiti di produzione son restrittivi e in alcuni casi anche complessi da applicare. Sicuramente – afferma Pizzagalli - guardando dalla parte dell’industria la domanda cresce ma sarà sempre un mercato di nicchia con alti costi di produzione e di acquisto da parte del consumatore».

Qual è la sua visione relativa al mondo della suinicoltura italiana?
«Credo che oggi il futuro possa essere visto con maggior serenità. Come in molti settori, si sta sviluppando un concentramento di numeri con alcune realtà produttive che crescono continuamente. Il mio pensiero è che in suinicoltura la crescita dei numeri non sia proporzionale alla riduzione dei costi pertanto occorre fare parecchia attenzione. Oggi nella maggior parte delle aziende manca ancora la capacità di ontrollo e valutazione dei costi di produzione che sono un elemento essenziale per la sopravvivenza futura delle aziende suinicola stessa. Avendo ben presente quelli che sono stati i prezzi degli ultimi anni, è necessario fare una programmazione degli investimenti che possano rendere ogni azienda competitiva sul mercato. Secondo il mio punto di vista temi quali biosicurezza e animal welfare sono da implementare e devono rappresentare linee guida imprescindibili di sviluppo. Oggi – spiega Pizzagalli - con il continuo aumento delle richieste da parte del consumatore non è più possibile pensare che l’allevatore faccia un percorso separato dall’industria e viceversa, ma purtroppo su questo discorso siamo ancora molto indietro perché storicamente la filiera è molto frammentata e si dialoga poco tra i diversi attori».

Oggi si fa un gran parlare dei nuovi regolamenti legati alla Dop: quali nubi vede all’orizzonte?
«La situazione che si è venuta a creare negli ultimi tre anni ha messo in forte crisi la credibilità della Dop in generale. Era, a mio avviso, necessario un cambiamento nei contenuti, nelle regole e nel sistema che controlla le regole.

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I requisiti di produzione bio son restrittivi e in alcuni casi anche complessi da applicare.

Tutte le volte che si attua un cambiamento, in ogni anello della filiera si deve tenere presente che la difesa dell’italianità e delle produzioni Dop sia un elemento essenziale per il successo del suino pesante. La verità è che il nostro tipo di produzione è fortemente influenzato dalle Dop e per quello che mi riguarda ritengo che, in generale, il nostro sistema di allevamento avrebbe grosse difficoltà ad affrontare una produzione al di fuori di questo circuito per struttura e costi di produzione. Essendo appena partito il nuovo disciplinare e il nuovo sistema di controlli – conclude Pizzagalli - le nubi sono molte ma con fiducia lavoriamo per andare oltre sperando in un futuro più chiaro e più certo.
Bisogna tenere in considerazione che il punto essenziale per il successo di un prodotto sia la qualità del prodotto stesso e quanto di questa il consumatore è in grado di riconoscere».


Gli allevamenti di Nerviano

Il gruppo Allevamenti di Nerviano nasce nel lontano 1962 a Nerviano, Milano, grazie alla passione del nonno Arnaldo per i suini. Fino agli anni 90 è sempre stato un allevamento a ciclo aperto con circa 1400 scrofe che vendeva lattoni sul mercato.
In seguito, con la crescita della Fumagalli industria alimentare, si inizia a pensare ad un percorso di filiera integrata pertanto i lattoni che prima erano venduti sul mercato, vengono inseriti in soccide che producono suini grassi per la macellazione interna.

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La sede dell’azienda Fumagalli

La vera e propria crescita inizia con gli anni 2000 dove consolidato il mercato estero da parte di Fumagalli, si rende necessario un percorso all’interno degli allevamenti mirato alla produzione di un suino di filiera con determinate caratteristiche per la qualità della carcassa e una numerosità di animali prodotti che potesse permette un’espansione dei volumi di vendita con merce nata allevata e macellata dal gruppo di famiglia.
Ad oggi la realtà produttiva è costituita da 3400 scrofe totali divise in 3250 destinate alla produzione di animali da macello e 150 destinate al circuito del biologico.
Tutte le scrofaie convenzionali producono in banda di 5 settimane garantendo i 28 giorni di lattazione. Ad ogni scrofaia sono collegati due siti 2 che “lavorano” con 9 settimane di permanenza e 1 settimana di vuoto sanitario e 5 siti 3 che permettono di fare, nella maggior parte dei casi, una gestione tutto pieno tutto vuoto per ogni banda di produzione o al massimo ogni due bande.
La scrofaia biologica segue invece il disciplinare di produzione omonimo pertanto abbiamo un sito 1 e 2 e al peso di 30 kg gli animali sono trasferiti nel sito 3.
La storia degli ultimi 5 ha visto il gruppo allevamenti di Nerviano protagonista sui seguenti fronti:
sanità: si è sviluppato un sistema piramidale dove all’apice ci sono riproduttori (G)GP negativi per Prrs, Mycoplamsa e App.
animal welfare: nel 2014 e 2015 si è conseguito il premio per il benessere animale da parte di Compassion in World Farming e nel 2017 è stato fatto per la comunità europea un video formativo sull’esperienza del gruppo circa l’allevamento a coda lunga.
riduzione dell’antibiotico: da ormai 5 anni si forniscono in modo trasparente i dati sul consumo dell’antibiotico ed è in essere un sistema di monitoraggio per singolo lotto di produzione.


Il premio “Allevatore dell’anno – sezione suinicoltura”

In occasione di Fieragricola Verona, tenutasi dal 29 gennaio al 1 febbraio 2020, Pietro Pizzagalli è stato insignito del premio “Allevatore dell’anno per la sezione suinicoltura” (targato Edagricole e Fieragricola) quale rappresentante del gruppo Allevamenti di Nerviano.
Le motivazioni neanche a dirlo sono da ricercarsi nell’impegno del gruppo verso il benessere animale (es. allevamento a coda lunga), la riduzione del farmaco, nonché la creazione di una filiera con vendita con un proprio marchio (per il 70% sul mercato estero) di animali nati, allevati e macellati all’interno del gruppo stesso.
In occasione del contest, organizzato da Edagricole in collaborazione con Fieragricola Verona, sono stati premiati anche altri due allevatori: Francesco Arnoldi, per la categoria “Bovini da latte” e Laura Cenni per la categoria “Bovini da carne”.
Leggi l’articolo dedicato su https://informatorezootecnico.edagricole.it/zootecnia/allevatore-dellanno-ecco-i-tre-vincitori-delledizione-2019/.

 

 

Pietro Pizzagalli vince il premio “Allevatore dell’anno 2019” - Ultima modifica: 2020-02-11T17:25:07+01:00 da Rivista di Suinicoltura

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