La Cina e i numeri della crisi

Cina
Emergenza finita? Non ancora, i dati previsionali per il 2020 calcolano una ulteriore diminuzione del numero di nascite a 410 mln (-16,3% rispetto al 2019)

La Cina è il principale produttore di suini vivi, tanto che da sola, rappresenta il 40% della produzione mondiale. Alle sue spalle, in termini di capi allevati, si collocano l’Unione europea (27% della produzione mondiale), gli Stati Uniti (14%) e il Canada che, con appena il 3% delle nascite mondiali di maiali rappresenta di fatto l’81% dell’export globale.

Per assonanza si può affermare che il Canada sia l’omologo dell’Oceania nel settore lattiero caseario, dal momento che con solamente il 5% della produzione di latte su scala mondiale, rappresenta di fatto il 40% dei volumi esportati sul pianeta. Questo significa che la produzione e il consumo di proteine nobili di origine animale avviene essenzialmente a livello locale. Una sorta di “eat local”, di consumo a chilometro zero, che al di là dello slogan comunicativo, spezza invece concretamente una lancia sull’attenzione alla sostenibilità delle filiere zootecniche nel mondo.

crisi Cina
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Proseguendo con i dati, elaborati da Clal sulla base dei numeri presentati dal Dipartimento di Agricoltura degli Stati Uniti (Usda) e liberamente consultabili sul portale www.teseo.clal.it, si evince che l’export di suini vivi dell’Unione europea si classifica intorno all’8% dei commerci globali, al di sotto della Cina, il cui export di suini vivi equivale al 10% dei maiali esportati in termini globali.

È proprio grazie all’osservatorio di Teseo by Clal che si può intuire la portata della crisi innescata dalla peste suina africana nell’ex Celeste Impero.

Dai primi focolai… a oggi

Nel 2017 in Cina sono nati 705 milioni di maiali, in crescita del 4,8% rispetto all’anno precedente. Dovrebbe essere nell’arco di questi mesi che si sono sviluppati i primi focolai di peste suina africana, faticosamente controllati per le caratteristiche dell’allevamento del Paese del Dragone. Si tratta, infatti, per lo più di allevamenti di piccolissime e piccole dimensioni, con una natura imprenditoriale di stampo familiare, radicata più in proiezione dell’autoconsumo, che si trascina da decenni.

L’anno successivo (2018), i dati pubblicati dallo studio di Teseo by Clal raccontano di una produzione di maiali in Cina che inevitabilmente diminuisce. Secondo le stime Usda il numero di nascite di animali scende del 2,8% e si assesta a 685 milioni di capi.
La malattia non viene debellata, ma anzi comincia a diffondersi, a quanto sembra, in maniera capillare, tanto che le autorità cinesi sono costrette ad incrementare le importazioni di carne suina, a dare fondo agli stock gelosamente custoditi e a procedere con l’abbattimento di animali vivi.

Non sono ancora definitivi dati relativi all’anno 2019, ma le elaborazioni di Clal su dati Usda stimano che il numero di nascite di suini sia crollato del 28,5% rispetto al 2018, fermandosi a 490 milioni di capi.

Emergenza finita? Non ancora, sebbene da Pechino le autorità cinesi minimizzino l’impatto della malattia e prevedano di ritornare ai volumi produttivi pre-emergenza nel giro di un paio d’anni. I dati previsionali per il 2020 calcolano una ulteriore diminuzione del numero di nascite a 410 milioni, con una flessione del 16,3% rispetto al 2019.

È invece tutto sommato stabile il numero di nascite di maiali nell’Unione europea: -0,1% nel 2018, +0,2% nel 2019 e una stima di crescita dell’1,3% nel 2020, che dovrebbe portare a 271 milioni il numero di animali nati nel corso di quest’anno. Quali saranno gli effetti dell’incremento produttivo nel 2020? L’aumento sarà assorbito da un maggiore export, con la Cina a recepire grandi volumi, oppure si avranno ripercussioni per una saturazione di mercato, con conseguente depressione dei listini?

In confronto con l’Ue-28, sono più dinamiche le produzioni negli Stati Uniti, per quanto il numero di maiali sia chiaramente inferiore rispetto all’Ue. Il trend delle nascite dei maiali negli Usa ha registrato un balzo del 3,2% nel 2018 e, si stima, del 3,5% nel 2019 (dati in fase di elaborazione definitiva). Per l’anno in corso si ipotizza una crescita del 3,7%, che dovrebbe portare così le nascite di suini a 143,3 milioni di unità.

Parlando di carne

Spostando l’attenzione dai suini vivi al segmento delle carni suine, la Cina rappresenta il 36% della produzione mondiale, collocandosi al primo posto davanti all’Unione europea (26%) e agli Stati Uniti (14 per cento).

A differenza di Ue-28, Usa e Canada, accomunati da una marcata tensione all’internazionalizzazione, la Cina di fatto non esporta carne suina. Un dato significativo, che certifica il forte radicamento nella tradizione culinaria cinese della carne di maiale e, di conseguenza, la necessità in queste fasi di importare dall’estero carni suine, per soddisfare il fabbisogno della propria popolazione.

Se nel 2018 il trend annuale di produzione di carni suine in Cina ha di fatto resistito alla débâcle, segnando una contrazione di appena lo 0,9% rispetto al 2017, è nel biennio successivo che “il piatto piange”. Volumi giù del 14% nel 2019 a 46,5 milioni di tonnellate e, sboom del -25,3% nel 2020, secondo le elaborazioni di Clal.

Un precipizio che, guardando i numeri globali, trascina in basso la produzione mondiale di carne suina: -6% indicano i calcoli stimati per il 2019 su base tendenziale e addirittura -10,3% le stime per il 2020 rispetto all’anno precedente.

Grazie la fame smisurata di carne suina da parte di Pechino, la domanda mondiale si mantiene vivace, al punto che le importazioni di carne suina su scala mondiale nel 2019 hanno registrato un incremento del 13,5% e per il 2020 il trend dovrebbe aumentare di un altro 11 per cento.

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Naturalmente, è la Cina a dettare i ritmi dell’import, con un incremento del 66,6% nel 2019 e del 34,6% nel 2020. Una corsa che dovrebbe portare a 3,5 milioni di tonnellate le importazioni da parte di Pechino.

I dati elaborati da Clal.it registrano infatti una crescita delle importazioni di carne suina fra gennaio novembre 2019 del 57,9% rispetto allo stesso periodo del 2018.

La grande fame del Dragone cinese non è stata scevra da conseguenze nel Paese, però. L’indice dei prezzi al consumo è aumentato del 4,5% su base annua il mese scorso, dopo un aumento del 3,8% ad ottobre, secondo le fonti ufficiali. A trainare la crescita è stata proprio l’impennata dei prezzi della carne di maiale. L’Istituto nazionale di statistica ha infatti segnalato nei giorni scorsi che i prezzi dei generi alimentari sono aumentati del 19,1% e quelli carne di maiale addirittura del 110,2 per cento.

I flussi commerciali

La Spagna è il primo fornitore di Pechino con 328.000 tonnellate e un trend di crescita del 61,1% rispetto al periodo gennaio-novembre 2018. Osservando i prezzi medi delle carni suine importate, la Spagna registra mediamente una performance più elevata rispetto alla media degli altri Paesi. Solo lo scorso novembre i prezzi delle carni suine spagnole si sono piazzate a 2,84 $/kg, contro i 2,73 delle merci provenienti dall’estero.

Anche la Francia ha beneficiato delle conseguenze della peste suina in Cina, tanto che l’export di suini francesi è cresciuto del 20% solo nel mese di luglio 2019. “Al ritmo attuale nel 2019 dovremmo esportare 150mila tonnellate di carne suina in Cina”, ha stimato Guillaume Roué, presidente di Inaporc.

Sono tuttavia gli Stati Uniti a registrare la migliore performance nell’export verso l’ex Terra di Mezzo. I numeri mettono in luce una crescita del 134%, tale da portare a 197.000 tonnellate i quantitativi di carne suina inviati dagli Usa alla Cina. Tutto ciò nonostante le tensioni commerciali causate dal valzer dei dazi fra le due super potenze mondiali. Aspetti che potrebbero essere archiviati in via definitiva grazie alla nuova politica distensiva fra i due Paesi – almeno per quanto concerne gli aspetti economici. Un altro scenario potrebbe invece essere tratteggiato in seguito all’attacco americano all’Iran, Paese vicino all’influenza protettiva di Russia e Cina.

In termini di volumi di carne suina esportata verso la Cina, comunque, alle spalle della Spagna si collocano Germania (284.000 tonnellate), Brasile (che con 197.000 tonnellate si posiziona di poco sopra i volumi esportati dagli Stati Uniti), Canada (172.000 t) e Danimarca (136.000 tonnellate, con una crescita del 100% rispetto al periodo gennaio-novembre 2018).


La situazione geopolitica

Ancora qualche curiosità legata alla situazione geopolitica. Il Messico, Paese che nel recente passato si è scontrato con le politiche aggressive di Trump sia con riferimento al contesto commerciale (la polemica sull’inutilità del Nafta) che più strettamente di rapporti di vicinato (l’attuale presidente Usa sembra ancora intenzionato a rafforzare il presidio al confine con la frontiera messicana), non ha cessato di incrementare l’import di carni suine, positivo dal 2011. Da 600mila tonnellate importate nel 2011, le previsioni per il 2020 dovrebbero toccare un import del Messico di 1,3 milioni di tonnellate di carne suina.

Diverso il caso di Hong Kong, l’ex protettorato britannico scosso da violente ondate di protesta da parte soprattutto degli studenti contro Pechino. Nel 2018 e nel 2019 le importazioni di carni suine sono calate rispettivamente dell’8,6% e del 17,3 per cento. L’Usda ipotizza che nel 2020 vi sia un’inversione di rotta, con un incremento del 7,1% rispetto al 2019.


Il dragone ha fame anche di latte

Se vale il principio per cui il latte non è una bevanda, ma un alimento, allora dobbiamo dire che la Cina ha fame anche di latte. Secondo i dati elaborati da Clal.it, fra gennaio e novembre 2019 le importazioni cinesi di prodotti lattiero caseari sono aumentate del 9,9% in quantità rispetto allo stesso periodo del 2018.

Passando i dati al microscopio, dinamiche molto positive sono state registrate per l’import di latte e panna (+35,5%), polvere di latte intero (+25,8%), polvere di latte scremato (+22%), latte per l’infanzia (+9,6%), formaggi (+7,3 per cento).

I dati positivi in volume hanno trascinato anche i valori, con le importazioni lattiero casearie cinesi cresciute del 10,3% fra gennaio e novembre 2019 su base tendenziale, arrivando a superare gli 11 miliardi di dollari.

La Cina e i numeri della crisi - Ultima modifica: 2020-01-23T10:11:23+01:00 da Lucia Berti

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