Fabio Rolfi: «I reflui sono un’opportunità»

reflui
Fabio Rolfi
Di fronte alla demonizzazione del settore, considerato da molti come una minaccia per l’ambiente, l’assessore all’Agricoltura della Regione Lombardia Fabio Rolfi risponde con convinzione: «Gli effluenti zootecnici rappresentano oggi una risorsa aziendale»

L’agricoltura lombarda ha fatto passi enormi in materia di sostenibilità ambientale ma c’è ancora ampio margine di miglioramento. A parlare è Fabio Rolfi, assessore all’Agricoltura della Regione Lombardia, che sottolinea: solo investendo in innovazione sarà possibile ottenere risultati sempre più importanti. La Regione Lombardia ha già investito in questi anni e continuerà a farlo anche con la prossima programmazione. La zootecnia è alla base delle produzioni agroalimentari portabandiera del made in Italy nel mondo ed è il comparto che più deve essere sostenuto in questa fase.
Ma qual è la reale situazione reale delle aziende italiane e quali le prospettive future? Lo abbiamo chiesto all’assessore.

Assessore Rolfi, ultimamente lei ha definito i reflui zootecnici come un’opportunità in chiave di economia circolare. Cosa intendeva?

refluiSì, questo è uno dei temi cardine anche in ottica di Recovery Plan. Servono investimenti in tecnologie per una gestione dei reflui sempre più efficiente e per una evoluzione delle aziende zootecniche in agroraffinerie, attraverso la grande risorsa della materia organica. Mettere a sistema questa opportunità significa produrre energia green, come biogas e biometano, e ottenere digestato utile per la fertilizzazione agronomica contrastando il tema delle emissioni inquinanti. Un esempio concreto di economia circolare in agricoltura che il Recovery deve mettere a sistema per indirizzare correttamente il futuro della zootecnia della Pianura Padana. Al momento in Lombardia risultano 451 impianti biogas agricoli in funzione sui 1.500 circa presenti a livello nazionale. Solo il 10% del liquame però entra nel circuito della valorizzazione energetica. C’è un ampio margine di miglioramento e potenziamento che intendiamo sfruttare. Ciò che conta è che questa tecnologia e quindi la redditività rimangano in capo agli agricoltori per evitare fenomeni speculativi sui terreni agricoli.

Anche perché le alternative alla materia organica non sempre sono state esempio di ecosostenibilità.

Infatti. Se pensiamo a quanto successo con fanghi e gessi rivalutiamo ancora di più i reflui zootecnici. Per questo la Regione Lombardia è intervenuta con grande decisione. Sui fanghi, considerati come rifiuti dalla normativa nazionale, potevamo intervenire direttamente e l’abbiamo fatto già dal 2018 vietandone lo spandimento nei Comuni dove ci sono stalle e letame a sufficienze. Sui gessi, considerati come fertilizzanti dalla normativa nazionale, le Regioni non possono intervenire. Noi l’abbiamo fatto ugualmente con una proposta di legge riguardante il controllo, il monitoraggio e la tracciabilità dei gessi. Siamo andati a colmare una lacuna nazionale. I gessi per legge escono dai controlli e dalle tutele ambientali previste dalla regolamentazione dei rifiuti. Attendiamo da cinque anni un aggiornamento normativo per applicare anche a questi prodotti le regole di tracciabilità. La normativa regionale risponde alla necessità di sopperire a una grave lacuna circa il fatto che per tali materiali, pur sapendo chi li produce, il destino d’uso è ignoto e potenzialmente improprio, cioè non collegato alla funzione di correttivo sui terreni agricoli. Questo consentirà di inquadrare in maniera adeguata il loro utilizzo nel sistema di controllo per la corretta applicazione della Direttiva Nitrati e aprirà quindi la strada all’applicazione del sistema sanzionatorio a fronte del mancato rispetto delle regole tecniche di utilizzo di tale fertilizzante.

La gestione dei reflui, il presunto inquinamento ambientale, il benessere animale. Sono alcuni dei temi che vengono utilizzati da un certo circuito mediatico per attaccare la zootecnia intensiva. Lei sta visitando molte realtà lombarde, che situazione ha visto?

refluiSì, chi si attacca a questi argomenti non ha dati scientifici e soprattutto non ha mai visitato un allevamento. Tra l’altro mi spiace che si critichi strumentalmente uno dei settori trainanti della nostra economia in prima serata sulla tv di Stato, dando visibilità solo ad alcuni casi isolati e non ai tanti imprenditori italiani che stanno investendo, anche con i contributi del Psr, per rimanere al passo coi tempi, guardare al futuro e vincere sui mercati internazionali. Andrebbero fatte delle riflessioni su questo argomento. Sul tema delle emissioni, i dati di Ispra dicono che sono state ridotte drasticamente grazie all’innovazione tecnologica. Dal 1990 a oggi l’agricoltura italiana ha ridotto le sue emissioni del 13% e la zootecnia incide solo per il 5,6% sul totale delle emissioni prodotte dal nostro Paese. Quelle relative alla suinicoltura poi sono un decimo di questo 5,6%. I calcoli sono presto fatti: la suinicoltura pesa per lo 0.5% sulle emissioni totali in Italia. Parliamo tra l’altro di un settore che è alla base di alcuni prodotti portabandiera del made in Italy nel mondo. Una filiera che genera ricchezza, che offre migliaia di posti di lavoro. È doveroso informarsi prima di parlarne. Ho visitato diversi allevamenti, del resto in Lombardia alleviamo più del 50% dei suini italiani. Recentemente sono stato alla Piggly di Pegognaga (Mn) e alla Antonioli di Vescovato (Cr). Ho incontrato allevatori che credono nell’innovazione, nel benessere animale, nella sostenibilità ambientale. Ciò che è vero è che dobbiamo recuperare un gap comunicativo per far conoscere i risultati ottenuti. Dobbiamo giocare in attacco e non sempre in difesa come sistema agricolo italiano. Non dobbiamo dare per scontato che il consumatore sappia i passi da gigante fatti dal settore e c’è l’esigenza di unire le forze per fare massa critica e invertire la narrazione negativa.

A proposito di Psr, come si sono concluse le trattative tra Stato e Regioni per il biennio 21-22? Quali misure aprirà la Regione Lombardia?

Abbiamo messo nero su bianco un principio non più rinviabile: il superamento dei criteri storici per l’assegnazione delle risorse e il passaggio a criteri oggettivi dal 2023. La Lombardia avrà 400 milioni di euro per il biennio 21-22, 40 milioni in più di quello preventivato con i precedenti criteri. La battaglia di 15 Regioni per avere dei parametri oggettivi sta avendo successo e lavorare per l’unità è servito. La Lombardia è sempre andata oltre gli obiettivi di spesa, con tante domande ammesse e non finanziate per fondi insufficienti. Una efficienza che deve essere un merito e non motivo di penalizzazione.
Noi vogliamo assolutamente partire con le misure strutturali già da dopo l’estate. I tecnici della Regione sono al lavoro per presentare il piano. Parlare con gli agricoltori serve a capire quali sono le reali esigenze. La Lombardia vuole mettere in campo subito la 4.1 che è di fatto la misura più richiesta dalle aziende agricole e che rappresenta uno dei principali strumenti di sviluppo delle imprese. Ci sarà anche uno scorrimento sulla graduatoria in essere per mettere in circolo rapidamente risorse.
Per la prossima programmazione, nell’ambito del piano strategico nazionale, la priorità a mio avviso deve essere la costruzione di un piano di settore rivolto alla zootecnia italiana per concentrare risorse necessarie per la sostenibilità ambientale, il benessere animale, l’export e tutte quelle sfide che questo comparto deve essere accompagnato a vincere. La pianura padana è fertile grazie alla zootecnia, un settore che rappresenta la nostra storia e il futuro di tanti giovani che credono nel settore primario e che stanno portando nuove idee positive.

Parlando di suinicoltura: quale futuro e quali tempistiche si prospettano per il documento delle Regioni Lombardia ed Emilia-Romagna?

Il problema principale della suinicoltura italiana è la frammentazione della filiera. Bisogna ricucire i rapporti per essere vincenti e competitivi. Su questo il legame tra le Regioni Lombardia ed Emilia-Romagna è molto forte. Abbiamo già detto che la sottoscrizione di un patto di filiera è condizione necessaria per ricevere nel futuro i contributi regionali. Ovviamente non sono percorsi che si fanno nel giro di poche settimane, ma non vogliamo andare alle calende greche per chiudere la questione. Il protocollo è stato firmato, entro la fine dell’estate definiremo il cronoprogramma lavori e da settembre si parte. L’impegno e la convergenza concreta di due regioni devono essere sfruttati dagli attori della filiera.

Fabio Rolfi: «I reflui sono un’opportunità» - Ultima modifica: 2021-07-21T10:45:04+02:00 da Mary Mattiaccio

LASCIA UN COMMENTO

Inserisci il tuo commento
Inserisci il tuo nome