Coronavirosi del suino e analogie con Sars-Cov2

coronavirus
Evidenti le similarità per quanto riguarda i quadri patologici

A oggi non esiste nessuna evidenza sperimentale che dimostri che i suini siano recettivi al Sars-CoV2. Tuttavia, le analogie tra i coronavirus che infettano il suino e il protagonista dell’attuale pandemia sembrano essere molte. È quanto scaturito dalle relazioni dagli esperti del Dipartimento di Scienze Mediche Veterinarie dell’Università di Bologna in occasione del webinar “Coronavirus animali” organizzato il 29 aprile scorso.
Secondo quanto riportato dai relatori, la genesi del recentissimo virus comparso in Cina a fine 2019 è da attribuire all’evoluzione virale a partire da coronavirus presenti in serbatoi animali, soprattutto selvatici, tra cui particolare ruolo avrebbero diverse specie di pipistrelli, con un passaggio diretto all’uomo o mediato attraverso altre specie animali, che funzionerebbero da amplificatori virali (es. lo zibetto per la Sars-CoV o i cammelli/dromedari per il MersCoV).

Una delle caratteristiche peculiari dei coronavirus è infatti la loro capacità di adattarsi ed evolversi attraverso fenomeni di mutazione e/o ricombinazione. Questi meccanismi di evoluzione genetica sono facilitati dalla architettura e struttura composita e complessa del virus caratterizzato da un genoma a Rna a polarità positiva di grandi dimensioni (25–30 Kb) e da una strategia di replicazione unica. Delle 4 proteine strutturali principali che compongono i virioni, N = nucleproteina, M = matrice, E = envelope e S = spikes, quest’ultima è quella che più facilmente va incontro a processi di mutazione/ricombinazione genetica determinando cambiamenti antigenici capaci di modificarne le proprietà biologiche quali, a esempio, il legame a recettori cellulari. Modificazioni a livello dei siti di interazione con i recettori cellulari sono alla base del fenomeno noto come “salto di specie” favorendo quindi la trasmissione interspecie con la comparsa di eventi patologici e/o di elusione dell’immunità precedentemente acquisita.
«Nel suino, la sequenza degli aminoacidi del recettore per la proteina spikes del Sars-CoV2 non è adatta al legame, mentre nell’uomo sì – ha spiegato Giuseppe Sarli, docente di anatomia patologica veterinaria -, ecco perchè il suino risulta non recettivo a questo nuovo Coronavirus».

Un possibile modello di studio in medicina traslazionale

Secondo quanto affermato da Fabio Ostanello, docente di Epidemiologia e malattie infettive degli animali da reddito: «Nonostante il suino non risulti recettivo al Sars-Cov 2 è possibile considerare questa specie come modello di studio in medicina traslazionale: le analogie tra i coronavirus tipici del suino e il nuovo tipo protagonista dell’attuale pandemia sono infatti molte come, a esempio, i quadri patologici enterici e polmonari e le forme nervose».
«Inoltre – ha aggiunto Ostanello -, anche nel suino i coronavirus hanno spesso un comportamento emergente. Negli ultimi 25 anni abbiamo rilevato diversi coronavirus suini emergenti, in particolare nel 2012 e 2013 il Deltacoronavirus suino (PDCoV) e il virus responsabile della Diarrea epidemica suina (PEDV)».

Classificazione dei coronavirus suini

coronavirosi del suino
I cinque principali Coronavirus suini

«Complessivamente – ha continuato l’esperto - la galassia dei coronavirus suini è composta da cinque membri principali e da una serie di altri isolati, che molto spesso derivano da ricombinazioni o hanno una diffusione al momento ancora strettamente locale. Quelli di maggiore interesse sono: il virus della Gastroenterite trasmissibile del suino (TGEV), il Coronavirus Respiratorio (PRCV), il virus della Diarrea epidemica suina (PEDV), il coronavirus della Encefalite Emoagglutinsante del suino (pHEV) e il Deltacoronavirus suino (PDCoV). Questi mostrano diversi tropismi tissutali che includono il tratto gastrointestinale, l’apparato respiratorio e il sistema nervoso centrale e periferico».
Proprio sulla base di questo tropismo infatti, oltre alla classificazione eziologica, ne esiste anche una su base clinica che suddivide il coronavirus del suino in tre gruppi funzionali: «agenti responsabili di forme enteriche (PEDV, TGEV, PDCoV); agenti che infettano il tratto respiratorio (PRCV); agenti responsabili di forme miste e meno specifiche come quadri clinici caratterizzati da vomito e deperimento e/o encefalomielite (pHEV). Infine, da un punto di vista epidemiologico si possono distinguere coronavirus classici e coronavirus di tipo emergente».

coronavirus

Il coronavirus della Gastroenterite Trasmissibile

«Il coronavirus della Gastroenterite Trasmissibile (TGEV) – ha spiegato Ostanello - ha costituito per molti anni un problema significativo, sia da un punto di vista clinico che economico; le conseguenze in termini di mortalità infatti (nei soggetti al di sotto delle tre settimane di vita) erano molto gravi. Oggi, il virus circola ancora all’interno degli allevamenti ma raramente determina focolai clinici. La trasmissione avviene per via orofecale».
«La replicazione a livello mammario delle scrofe – ha aggiunto l’esperto - può avere delle ripercussioni in termini di agalassia che quindi peggiorano ulteriormente la possibilità di sopravvivenza dei suinetti infetti. Trascorsa la fase clinica e arrivati ad animali con un’età che è al di sopra delle tre/cinque settimane, la letalità crolla».
Il Coronavirus Respiratorio
«Il Coronavirus Respiratorio (PRCV) deriva dal virus della Gastroenterite trasmissibile (TGEV), e la mutazione genetica che lo ha generato (delezione) ne ha indotto un cambio di tropismo tissutale, rendendolo in grado di infettare prevalentemente il tratto respiratorio superiore, la trachea, le tonsille e i polmoni, con una replicazione intestinale limitata e frequenti forme asintomatica o subcliniche. Questo virus – ha sottolineato Ostanello - interessa principalmente soggetti al di sopra delle dieci-quindici settimane di età, ovvero quando termina l’immunità passiva. L’espressione sintomatologica è frequentemente subclinica e quindi la si può rilevare solo quando il virus rientra nelle possibili cause del complesso delle malattie respiratorie del suino. Tuttavia, da un punto di vista produttivo, l’impatto rimane ridotto, si verifica un lievissimo calo di Incremento ponderale medio giornaliero ma anche una immunizzazione attiva nei confronti del TGEV».

Il virus della Diarrea epidemica suina

Secondo quanto riportato da Ostanello: «Il virus della Diarrea epidemica suina (PEDV) è comparso nel 1977 in Europa, e successivamente ha avuto una parabola un po’ particolare: in un primo periodo, conclusosi nel 2010, si sono manifestate principalmente forme classiche a ridotta letalità, solo in seguito si è manifestata la forma di tipo epidemico con un impatto economico devastante in ambito suinicolo (nel 2013-2014 le stime dei soli allevamenti Usa riportavano 7-8 milioni di capi morti come conseguenza a questa malattia). La trasmissione – ha continuato l’esperto - è di tipo orofecale e la forma clinica si manifesta a livello intestinale; la letalità è elevata. Tuttavia, questa risulta essere una forma di malattia autolimitante: dal momento in cui il ceppo di virus entra in un allevamento indenne, i problemi clinici continuano per 3/4 settimane; dopodiché la popolazione di suini si immunizza e i sintomi si attenuano».

Coronavirus della Encefalite Emoagglutinante

«Tra i coronavirus classici del suino – ha spiegato Ostanello - c’è anche il Coronavirus della Encefalite emoagglutinante (pHEV), rilevato per la prima volta nel 1962 in Canada. L’infezione endemica è stata segnalata con livelli di prevalenza di allevamenti infetti prossimi al 100% sia in Ue che in Nord America. Il virus – ha continuato - si trasmette per via respiratoria e colpisce - con forma clinica - i suinetti al di sotto delle tre settimane di vita, nati da scrofe non immuni. A seconda della virulenza del ceppo poi si può assistere a forme con una sintomatologia caratterizzata da vomito e deperimento con una mortalità abbastanza consistente. Mentre per quanto riguarda i ceppi ad alta virulenza, si hanno letalità elevate a seguito di fenomeni di encefalomielite».
Il Deltacoronavirus suino
«Infine, il Deltacoronavirus suino (PDCoV) registra la prima segnalazione in Cina nel 2012, e due anni dopo approda negli Stati Uniti. Tra tutti i coronavirus suini questo è quello meno adattato; ha una diffusione geografica molto limitata al momento, è presente nel sud est asiatico e in Nord America ed è responsabile di forme cliniche di tipo intestinale ma molto meno gravi da quelli causate da TGEV e PEDV. Anche in questo caso il focolaio termina dopo qualche settimana nel momento in cui si instaura l’immunità delle scrofe».


Sars-Cov2 e l’impatto sul settore

«Seppure in linea generare si possa affermare che i coronavirus suini non creano grossi danni all’economia del settore (almeno fino a oggi) – ha sottolineato Ostanello - non si può non considerare che da un punto di vista professionale l’impatto da Sars-Cov2 ha avuto ingenti ripercussioni sul settore. Il prezzo di acquisto di suini da macello negli ultimi due mesi è calata tendenzialmente del 20%, circa 30 centesimi/Kg di peso vivo degli animali in meno, che si traduce in una perdita per l’allevatore di circa 50 euro per ogni capo che invia al macello. A questo drammatico impatto seguirà una fase di lentissima ripresa e le ripercussioni saranno pesanti anche per i medici veterinari».

coronavirosi del suino
Variazione del prezzo medio all’origine dei suini da macello (fonte: Ismea)

 

Coronavirosi del suino e analogie con Sars-Cov2 - Ultima modifica: 2020-05-20T09:13:50+02:00 da Mary Mattiaccio

LASCIA UN COMMENTO

Inserisci il tuo commento
Inserisci il tuo nome